Il cinema deve adeguarsi alle esigenze della comunità Questa non è una fiction
Vincenzo Cavandoli ha diretto il Rosebud per più di vent’anni Ora riprende l’Ufficio Cinema e l’assessorato alla Cultura di Reggio
l’intervento
Vincenzo Cavandoli
Ho avuto il privilegio di gestire il Rosebud per più di vent’anni, dal 1984 al 2005, e non penso si possa imputarmi scarso interesse per le sorti delle sale cinematografiche in generale e per quelle pubbliche in particolare. Sono in totale disaccordo con le prese di posizione dell’Ufficio Cinema del Comune riguardo gli ultimi provvedimenti del governo e sono addirittura esterrefatto dalla magniloquente pochezza dell’affermazione dell’assessore alla cultura: «Hanno ucciso il pensiero». Ora che, dopo Conte, il complotto anticulturale della Spectre ha reclutato anche Macron e la Merkel, restano solo Trump e Bolsonaro come strenui difensori del sapere e della conoscenza. Il governo non ha abolito il cinema e il teatro da qui all’eternità, non ha deciso che non finanzierà più la produzione e l’esercizio: ha deciso di chiudere per un mese, un mese! Questo perché la situazione sta peggiorando di ora in ora e, nonostante siamo nel 2020, gli strumenti fondamentali per affrontare un’epidemia sono ancora quelli arcaici: ridurre i contatti fra le persone, impedendo quanto più possibile al virus di riprodursi. Per farlo, bisogna purtroppo intervenire in tutti gli ambiti in cui le persone vengono a contatto, soprattutto quelli in cui siamo in tanti e stiamo vicini, anche se sono quelli che più amiamo e rendono la vita degna di essere vissuta.
Il virus è indifferente alle nostre motivazioni, non pratica l’eccezione culturale. Il cinema deve adeguarsi alle esigenze della comunità, di cui è risorsa fondamentale, è sbagliato ridurlo a scenario per il narcisismo particolaristico di chi afferma “quello che faccio io è importante e non si tocca”. Anche il paragone del maestro Bellocchio con la guerra è fuorviante: allora il pericolo veniva dai bombardamenti, adesso dall’insidia involontaria di chi ci sta accanto. Anche la pluricitata diapo dell’Agis secondo cui nessuno si è infettato al cinema non ha alcuna rilevanza scientifica, visto che il limite abbondantemente superato dei 5.000 contagi quotidiani ha reso impraticabile la loro tracciatura. Sono troppi coloro che continuano a sottovalutare la situazione e quanto è invece ben chiaro ai medici (magari non a tutti), ai malati, a chi ha perso i suoi cari, a chi deve prendere decisioni: siamo dentro una tragedia, non a una fiction.
Chi osservi con obiettività come vanno le cose – prima, durante e dopo – nei cinema, nei locali, nei ristoranti e in tutti i luoghi dove si socializza, non può non constatare come i comportamenti di molti, in particolare dei giovani ma non solo di loro, disattendano ampiamente quanto previsto dai protocolli e non siano comunque adeguati alla situazione: mascherine e distanziamento non sono concepiti come pratiche necessarie ma come fastidi da eludere non appena possibile. Al cinema, in diverse occasioni io stesso e mia moglie, da semplici spettatori, abbiamo dovuto riprendere persone che non indossavano la mascherina, sostituendoci ad un inesistente controllo dei gestori. Il governo deve fare certamente di più ma sono determinanti il comportamento di tutti e il superamento di un rapporto viziato con il tempo che rende a molti inaccettabile il saper attendere e il non fare qui e ora ciò che si vuole. Sono un commerciante, ho già perso migliaia di euro e nessuno mi garantisce uno stipendio a fine mese, ma so anche che non rinunciare a qualcosa oggi può portare a perdere tutto molto presto, sia per la salute pubblica che per l’economia. —
*EX RESPONSABILE
DEL CINEMA ROSEBUD
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