Reggiolo, il delitto di Citro in Cassazione
L’imputato ha un nuovo legale, l'avvocato Burani che ha presentato il ricorso: «La sentenza è contraddittoria». Dall’Oglio condannato anche in Appello all’ergastolo: «Poteva fare una strage»
REGGIOLO. Approda in Cassazione il caso di Giampaolo Dall’Oglio, 64 anni, ex operaio dell’Aipo accusato di aver ucciso – a Villanova di Reggiolo, il 23 novembre 2017 – il vicino di casa, cioè il camionista 31enne Francesco Citro.
Sia in primo grado che in appello è stato condannato all’ergastolo: la scelta del rito abbreviato, con sconto di pena di un terzo, non ha infatti evitato a Dall’Oglio il carcere a vita. Ora il terzo grado, con il ricorso presentato dal suo nuovo difensore, cioè l’avvocato Vainer Burani.
«Sostengo che vi sono delle contraddizioni all’interno della sentenza – si limita a dire Burani – che non ritengo motivata. Le prove? Sembra che si arrivi al mio assistito per esclusione...».
Pesantissime le imputazioni: l’omicidio (con le aggravanti della premeditazione e dei futili motivi), il tentato omicidio (i primi spari trapassarono la porta e poteva essere una strage visto che in casa c’erano marito, moglie, i due figli e un ospite), danneggiamento seguito da incendio (relativo alla macchina della famiglia Citro) nonché la detenzione e porto illegale di arma (cioè la pistola del delitto, mai trovata e che gli inquirenti ritengono abbia gettato nel Po). Allucinante il movente ricostruito dalla Procura: non sopportava più che dal balcone del primo piano, dove abitava la famiglia Citro, “piovessero” dentro il suo balcone briciole di pane. In udienza a Reggio Emilia l’accusa (rappresentata dalla pm Valentina Salvi, titolare del fascicolo) aveva parlato anche di un cacciavite prestato e restituito rotto...
In primo grado la pm Salvi aveva ripercorso quelle cupe ore a Villanova, “dipingendo” Dall’Oglio come «una persona molto violenta, che conosceva bene le armi e ha ucciso per futili motivi, intenzionato com’era a sparare a tutta la famiglia». Quella maledetta sera in via Papa Giovanni XXIII, al civico 10, nei pressi e all'interno della palazzina denominata “Corte Agnese” ci fu un gran movimento: prima il rogo della Volkswagen “Golf” della moglie di Francesco Citro e tre ore dopo l'assassinio dell'autotrasportatore 31enne, padre di due figli piccoli, freddato con tre colpi di pistola sparati da una calibro 9x21. In un primo tempo si pensò ad un'azione mafiosa, ma ben presto gli inquirenti arrivarono ad una altra verità e a ben più clamorosi sviluppi. Grazie anche al lavoro dei carabinieri del Ris di Parma venne dato un nome all'autore del delitto: per gli inquirenti l'assassino era il vicino di casa che abitava al piano terra. Accusa – sinora da ergastolo – al vaglio della Cassazione, probabilmente l’anno prossimo. —
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