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Didattica a distanza 

«L’errore è alla base: la scuola va considerata come prima necessità»

C.C.

Crepet insiste sull’importanza della dimensione sociale e della formazione «L’Università della vita andava bene negli anni ’50» 

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REGGIO EMILIA

La didattica a distanza continua a essere, per Crepet, un male assoluto che si poteva evitare. Per il bene dei bambini e dei ragazzi che finiscono per essere i più penalizzati da una pandemia che toglie loro ogni dimensione sociale e, quindi, li priva del futuro. Ma il problema si tocca anche con mano: «Con le scuole chiuse – spiega Crepet – l’adolescenza, la fascia d’età in assoluto più difficile, è completamente abbandonata. Se i genitori lavorano, come fai a saper dov’è, con chi è, cosa fa (magari anche su internet) un ragazzino di 15 anni? Perché con ogni probabilità farà di tutto meno che studiare. Ma l’errore è alla base». «Deve passare l’idea – continua il sociologo – della necessità di mettere al primo posto la scuola. Che è più importante di una fiammeggiante Ferrari. Se tutti vanno a scuola ma non tutti vanno a Maranello, significa che lo Stato deve allocare risorse e valori là dove vanno tutti. E invece, da oltre trent’anni, si tolgono soldi alla scuola, oltre che alla sanità». Perché non è ancora passato il concetto che la scuola è necessaria. Oggi più che mai. «L’Università della vita, tanto citata sui profili Facebook, poteva servire negli anni Cinquanta, ma oggi no. Oggi è tutto terribilmente più difficile e complesso. Anche se vuoi produrre Parmigiano Reggiano, per fare un esempio locale, non basta più andare da un casaro e imparare il mestiere. Perché le tecniche cambiano, c’è l’aspetto del biologico, ci sono le normative che cambiano: serve formazione, qualsiasi cosa tu decida di fare».

E tornando alla didattica a distanza: «Ora si è deciso di fare la didattica a distanza al 75% nelle scuole superiori. Ma un mese di scuola corrisponde al 18 per cento di un anno scolastico: tanto, tantissimo, sufficiente a creare lacune difficili da recuperare. Si è visto cosa è accaduto durante la chiusura totale a primavera. E non si dica che è un problema di organizzazione. Si potrebbero usare luoghi (e alcuni Comuni lo hanno fatto) come i cinema, i teatri, le caserme ma anche le chiese che finalmente potrebbero essere riempite. Ma sarebbe servito un piano straordinario che non è stato fatto. E ora è troppo tardi». —

C.C.

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