I metalmeccanici sono pronti a scioperare: «La lotta adesso si sposta nelle fabbriche»
Domani protesta unitaria delle tre sigle a un anno esatto dall’inizio della trattativa di rinnovo del contratto nazionale
REGGIO EMILIA
Dalle piazze alle fabbriche e ai luoghi di lavoro scelti come momenti di confronto con presidi e assemblee davanti alle aziende: è la nuova frontiera della mobilitazione dei metalmeccanici con Fiom, Fim e Uilm al tempo del Covid 19. Per garantire la sicurezza dei lavoratori i sindacati hanno proclamato unitariamente per domani uno sciopero generale di 4 ore (a fine turno) per il rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro senza prevedere assembramenti o cortei, ma anche senza rinunciare alla necessità di far sentire il peso della protesta dei lavoratori.
Uno sciopero che arriva ad un anno esatto dall’avvio di una trattativa che non è mai decollata, hanno denunciato ieri i segretati dei tre sindacati di categoria Simone Vecchi (Fiom-Cgil), Giorgio Uriti (Fim-Cisl) e Iacopo Scialla (Uilm-Uil) sottolineando come «Federmeccanica il 7 ottobre scorso abbia avanzato controproposte inaccettabili sul piano salariale dopo 13 incontri svolti in diverse realtà, Reggio compresa, il che mostra come Federmeccanica e Confindustria vogliano avere le mani libere e una parte degli imprenditori del settore, spalleggiati da Confindustria, utilizzino strumentalmente una tragedia sanitaria per tenere bassi i salari».
Una posizione intransigente nella quale però i sindacati ravvisano posizioni diverse, con imprenditori che puntano allo scontro e altri invece disponibili al dialogo. E proprio su questa supposta divisione i sindacati cercano di fare leva mobilitandosi con uno sciopero generale che arriva dopo che i metalmeccanici all’indomani della controproposta di Federmeccanica hanno già proclamato decine di scioperi spontanei anche nella nostra provincia. Nella convinzione che «salario, sicurezza sul lavoro e occupazione debbano andare di pari passo».
Peraltro questo rinnovo contrattuale porta con sé una forte carica simbolica nei rapporti di forza tra Confindustria e sindacati. Quello dei metalmeccanici è da sempre il considerato contratto “pilota” e riguarda 1 milione e mezzo di lavoratori in Italia e oltre 20mila addetti e circa 350 aziende solo nel Reggiano. Cambiano i metodi ma non la sostanza della protesta e giovedì, hanno sottolineato i sindacati dei metalmeccanici e «per la prima volta i lavoratori non sfileranno in piazza e non saranno visibili per le strade, ma a causa della pandemia e per il forte senso di responsabilità messo si mobiliteranno con iniziative di protesta davanti ai luoghi di lavoro».
Ad essere direttamente interessate saranno una ventina di grandi aziende nelle quali sono previsti presidi di lavoratori e brevi assemblee per fare il punto sulle ragioni dello sciopero e sull’andamento della trattativa, garantendo il pieno rispetto delle norme anti-Covid, l’utilizzo dei dispositivi di protezione e il distanziamento fisico.
Poi i rappresentanti sindacali sono tornati nel merito della trattativa interrotta che trova le sue ragioni «nella rottura del tavolo negoziale da parte di Federmeccanica e sul nodo del salario sul quale le distanze sono siderali». Nello specifico i sindacati hanno chiesto da subito un aumento dell’8% sui minimi tabellari (circa a 130 euro in più per il terzo livello e 155 euro per il V livello) mentre Federmeccanica è disponibile solo a riconoscere un aumento del 3,2% nei prossimi 4 anni, ovvero circa 40 euro al mese. Una differenza abissale che fa dire loro che il «contratto dei metalmeccanici è diventato un nodo politico». Posizioni, hanno aggiunto «che non permettono una mediazione e che sono vissute nei luoghi di lavoro con il timore che si stia tentando di sfruttare la crisi sanitaria e tutte le incertezze che porta con sé per tenere fermi i salari. I metalmeccanici vogliono essere trattati con dignità e con lo stesso senso di responsabilità che hanno dimostrato in questi difficili mesi di emergenza sanitaria continuando a lavorare con senso del dovere e contribuendo a portare avanti il sistema produttivo».
Assieme all’aumento salariale nel rinnovo contrattuale i sindacati chiedono anche di intervenire sulla precarietà e sulla formazione e denunciano «l’indisponibilità delle aziende a regolamentare a livello nazionale lo smart working». —
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