«Fabbiani? Abbiamo informato i sindaci dei comportamenti scorretti: tutto inutile»
Una agente in aula: «Avrebbero dovuto chiedersi perché tutti volevano andare via dal comando. Ci sarà stato un motivo»
Ambra Prati / MONTECCHIO
«Esasperata da Fabbiani, ho steso una relazione e l’ho inviata all’allora comandante Franco Drigani. Non ne ho saputo più nulla. Così come ho esposto in prima persona i problemi ad alcuni sindaci (Paolo Cervi di Campegine, Marcello Moretti di Sant’Ilario). Altri miei colleghi si sono sfogati informando dei comportamenti scorretti diversi sindaci della Val d’Enza (Cavriago, Canossa, Montecchio). Ma è finita lì».
Ha tirato in ballo gli amministratori pubblici, ieri in tribunale a Reggio Emilia, una agente della polizia municipale che ha deposto come testimone dell’accusa nel processo agli ex vertici della polizia municipale della Val d’Enza, affermando che il malessere diffuso nel comando era ben noto.
In sede di controinterrogatorio, alla domanda se qualche sindaco abbia preso iniziative, la teste ha replicato: «Non ho avuto più notizie. Credo che nessuno abbia provveduto, sennò non avrei chiesto il trasferimento. I sindaci avrebbero dovuto chiedersi perché tutti volevano andare via dal comando. Ci sarà stato un motivo, o no?».
L’indagine, condotta dai carabinieri e coordinata dal pm Valentina Salvi, risale all’estate 2018, quando è stata scoperchiata una gestione, da parte dell’allora vicecomandante della polizia locale, che avrebbe spadroneggiato all’interno del comando di Montecchio, soprannominato ironicamente “casa Fabbiani”.
Alla sbarra sono finiti appunto Tito Fabbiani (ritenuto dall’accusa al centro degli illeciti e accusato di induzione indebita a dare o promettere utilità, abuso d’ufficio, truffa e maltrattamenti), la compagna e agente della polizia locale Annalisa Pallai (per truffa) e il comandante Cristina Caggiati (per abuso d’ufficio in concorso e omessa denuncia). I tre indagati sono già stati licenziati dall’Unione, costituitasi parte civile tramite l’avvocato Franco Mazza. Nel processo-monstre per numero di persone informate dei fatti chiamate a deporre (tra accusa e difesa, ben 137 testimonianze), ieri hanno continuato a sfilare i testimoni dell’accusa: quattro i testi, un’amministrativa e tre agenti, nessuno dei quali rientra fra i cinque agenti che hanno dato il via all’inchiesta e che si sono costituiti parte civile tramite l’avvocato Ernesto D’Andrea. La prima a deporre è stata la agente scontratasi più volte con Fabbiani, che ha elencato i nomi dei “favoriti” (nei turni e nelle mansioni, «c’era chi otteneva di rispondere solo agli interventi del 118») partecipanti a quelle che lei stessa ha definito «le merende al comando», i frequenti buffet in orario di lavoro («Hanno mangiato la torta anche nel giorno della morte per malattia di un collega»); ha confermato come i non favoriti fossero penalizzati con mansioni umilianti («svuotare un garage, lavare l’auto di servizio, un collega ha imbiancato un ufficio destinato a Fabbiani»); infine le frasi minacciose e le intimidazioni di Fabbiani nei confronti di chi, come l’interessata, non ci stava («Ti faccio io il regalo di Natale»). L’agente è stata pure querelata per ingiurie da Fabbiani, che poi ritirò la querela.
Proprio su quella querela alla collega un altro agente testimone ha raccontato: «Convocato dai carabinieri di Montecchio, Fabbiani tentò di darmi lui la notifica, con un sorrisetto di sfida visto che lui era il querelante e la parte in causa. Io mi rifiutai e in seguito me la diede il comandante Drigani». Entrambi i testi, sollecitati dall’avvocato Schettino, difensore di Caggiati, subentrata nel febbraio 2015, hanno precisato di aver avuto la Caggiati come superiore «per pochi mesi». Il giudice Cristina Beretti ha fissato la prossima udienza il 20 novembre. —
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