Domani scendono in piazza educatori e operatori sanitari
REGGIO EMILIA
Assistono gli anziani nelle case di riposo, i malati negli ospedali, i ricoverati nelle strutture psichiatriche, gli alunni disabili nelle scuole.
Svolgono le stesse mansioni del personale che dipende direttamente dagli istituti, enti o aziende in cui lavorano, ma con una minore retribuzione, perché i loro servizi sono esternalizzati e affidati a società private o cooperative che applicano contratti diversi e meno vantaggiosi.
Contro questa sperequazione gli operatori sociali e gli educatori protesteranno domani aderendo allo sciopero nazionale indetto da una trentina di sindacati e associazioni di base, fra cui il collettivo Eduki, educatrici educatori Reggio Emilia. Nella nostra città è prevista alle ore 11 la formazione di un presidio con distanziamento e mascherine in piazza Prampolini, dove lo scorso 14 settembre si era riunita un’assemblea pubblica degli educatori in servizio negli istituti scolastici che durante il confinamento avevano subito un’ulteriore penalizzazione rispetto agli insegnanti statali: la cassa integrazione Fis (fondo d’integrazione salariale) a zero ore.
«I servizi alla persona – spiega Silvio Rosati dell’Adl Cobas (associazione diritti dei lavoratori - comitati di base) – sono spesso esternalizzati perché il nostro settore è soggetto ad appalti e accreditamenti. Chiediamo che questi servizi siano internalizzati e tutti gli operatori abbiano un contratto nazionale unico al posto dei sei attualmente in vigore».
Si calcola che in tutta l’Italia siano circa 400mila i lavoratori interessati. Nella nostra provincia sono circa 350 soltanto quelli che lavorano come educatori nelle scuole per l’inclusione dei disabili e i progetti di prescuola e interscuola. Hanno compiti simili a quelli dei docenti di sostegno, che però sono assunti dallo Stato, mentre loro sono incaricati dai Comuni per rafforzare un servizio di vitale importanza per le famiglie.
«Chiediamo anche – precisa Rosati – che gli appalti educativi abbiano una durata di dodici mesi anziché nove e che i loro contratti non siano sciolti in caso di assenza degli alunni per il ritorno alla didattica a distanza. Il fondo d’integrazione salariale copre l’80% della loro retribuzione e arriva mediamente a 350 euro. Ci auguriamo che d’ora in avanti le aule scolastiche rimangano aperte».
In generale gli operatori sociali e socio-educativi lamentano discontinuità di salario, ammortizzatori sociali insufficienti, ore di équipe e programmazione non riconosciute e, in questi tempi di pandemia, la necessità di lavorare in situazioni totalmente a rischio, talora senza adeguati dispositivi di protezione individuale, «con rimpalli continui fra enti pubblici e enti privati gestori».
I sindacati di base denunciano le «scelte politiche istituzionali discriminatorie» che a loro avviso hanno eroso diritti sia all’utenza che ai lavoratori. —
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