Allo studio un nuovo protocollo per l’ossigenoterapia a domicilio
REGGIO EMILIA
È uno dei fondamenti della terapia ospedaliera, insieme al cortisone, all’antivirale Remdesevir e all’eparina.
E dall’inizio dell’emergenza il fabbisogno di ossigeno al Santa Maria Nuova di Reggio Emilia è cresciuto fino a quattro volte i consumi ordinari. Adesso per l’ossigeno terapia potrebbe arrivare un nuovo protocollo che consentirà ai medici di medicina generale di prescrivere per i propri pazienti Covid, dopo rigorose valutazioni, bombole di ossigeno direttamente a domicilio, in funzione alternativa al ricovero ospedaliero.
«L’azienda sanitaria ha sempre garantito l’ossigeno terapia a domicilio per i tanti pazienti con patologia respiratoria cronica a lungo termine – spiega Nicoletta Nalatini, direttrice sanitario Ausl di Reggio Emilia – C’è un meccanismo consolidato con l’azienda che ha vinto la gara d’appalto, che su autorizzazione fornisce i bomboloni a domicilio e con cadenza periodica provvede alla sostituzione, programmata sulla base del consumo di ogni singolo paziente. Per quanto riguarda il Covid, si parla di ossigeno terapia a domicilio in una fase delimitata del tempo, quasi come prolungamento delle cure prestate in ospedale. Se un paziente Covid esce dall’ospedale con la prescrizione dell’ossigeno, si autorizza la ditta alla consegna a domicilio. Ma stiamo effettivamente lavorando su un nuovo protocollo che prevede la possibilità di prescrivere ossigeno a domicilio da parte di medici del territorio».
Una prescrizione che dovrà passare al vaglio di specialisti ospedalieri, dal momento che l’ossigeno è un farmaco in tutto e per tutto. E, come per tutti i farmaci, un’assunzione sbagliata può comportare importanti controindicazioni: «Stiamo lavorando su un protocollo condiviso per valutare quali caratteristiche cliniche devono avere i pazienti ai quali prescriverlo, con quali modalità prescriverlo e come farlo arrivare in tempi brevi».
Si tratta di un percorso che tiene insieme tutti i soggetti attivati nell’emergenza, dai reparti di malattie infettive fino ai pronto soccorso, passando per le Usca, che effettuano una media di 250 visite giornaliere.
Un sistema territoriale del quale spesso sfuggono i collegamenti, nell’ambito di un’attività in rete impegnata ad affrontare un’emergenza che vede negli ospedali solo la punta dell’iceberg.
«L’Igiene pubblica – aggiunge Natalini – è una sorta di sistema a parte, si occupa di sanità pubblica da un punto di vista più di statistiche. L’assistenza dei singoli pazienti sul territorio vede un filo conduttore che parte spesso dal medico di base. È il medico di base che consiglia se andare in pronto soccorso o meno, oppure consiglia di andare in un ambulatorio Covid. Una volta in pronto soccorso, viene valutato o meno il ricovero. Anche a questo livello per coloro che hanno determinati sintomi noi consegniamo un saturimetro: lo consegniamo a pazienti che non sono gravi per il ricovero, ma che con il saturimetro possono controllarsi. Anche di questa consegna è informato il medico di medicina generale perché lo legge nel referto». —
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