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«Rsa, il rischio zero non può esistere Si trovino modalità per le visite agli anziani»

EVARISTO SPARVIERI
Raul Cavalli, direttore generale di Coopselios
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Raul Cavalli, direttore generale di Coopselios

Reggio Emilia, Raul Cavalli, direttore generale Coopselios, sulla situazione in provincia. «È sbagliato far credere che le strutture siano comunità tutte chiuse»  

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REGGIO EMILIA. «Le Rsa vengono dipinte come strutture chiuse. Ma questa è una mezza verità. Sono interdette le visite dei familiari, ma non sono comunità chiuse. Gli operatori tornano giustamente nelle loro case e hanno una loro vita fuori dalle strutture, gli anziani eseguono accertamenti diagnostici, vengono trasportati con le ambulanze in caso di necessità, sono sottoposti a trasferimenti nelle strutture ospedaliere, se necessario. Bisogna dirlo: il rischio zero non è possibile. Il virus circola nella vita quotidiana e, pur garantendo l’applicazione di tutte le misure preventive, il rischio zero non esiste. È sui termini di contenimento e assistenza che un’organizzazione va misurata, non sul fatto se il virus compaia o meno». Non ci gira intorno. E non nasconde nemmeno la delusione sul fatto che, a differenza degli operatori ospedalieri, per gli operatori socio-sanitari delle Rsa non c’è mai stato da parte dell’opinione pubblica un clima particolarmente benevolo. Ne è convinto e rammaricato Raul Cavalli, direttore generale di Coopselios, colosso reggiano della cooperazione sociale con servizi in tutta Italia, stilando un primo bilancio di questa seconda ondata nelle strutture della provincia.

«L’opinione pubblica non è aiutata a comprendere la specificità dei servizi di cura, né l’evoluzione delle Rsa negli anni, che è stata molto profonda – afferma Cavalli – Noi ci troviamo a curare e assolvere impegni oggi davvero gravosi: la maggior parte dei nostri anziani soffre di pluripatologie, con deficit neurologici o cognitivi e condizioni davvero difficilmente compatibili con una pandemia che deriva da un virus che si trasmette per vie aeree. Molti anziani quando vedono un operatore con la mascherina gliela strappano via, ad esempio: hanno bisogno di vedere un sorriso, uno sguardo. Non ci sono più gli anziani che giocano a carte. E il nostro compito sempre più spesso è quello di accompagnare gli anziani ospiti con cura, affetto e attenzione verso l’estremo saluto».

Una cinquantina di servizi attivi in provincia, per anziani, disabili o prima infanzia, tutti attivi e gestiti da 1.098 operatori, distribuiti dal crinale fino alle sponde del Po. Un comparto messo a dura prova dalla pandemia sin dal mese di febbraio. Attualmente ci sono 30 operatori positivi su 1.100 persone in servizio nelle diverse strutture della provincia. Sono invece 42 gli anziani utenti risultati positivi (di cui 34 asintomatici) su 1.800 persone complessive gestite (anziani, disabili, bambini e persone seguite tramite assistenza domiciliare).

«La situazione è decisamente impegnativa – aggiunge Cavalli – ma diversamente dalla prima fase, dove la popolazione, le istituzioni e gli operatori sono stati presi alla sprovvista e si respirava angoscia e terrore nell’affrontare un fenomeno sconosciuto, adesso si conoscono meglio i comportamenti da adottare e c’è una capacità di gestione che ci consente non solo di subire gli eventi».Per Cavalli, «in questo contesto, noi stiamo svolgendo un compito di cura che addirittura il sistema ospedaliero ha dovuto ridurre nelle sue funzioni istituzionali. Noi siamo rimasti sempre aperti, più dei servizi sanitari, che si sono trovati a sospendere le attività non urgenti. Mi sembra che questo sforzo, in queste circostanze debba essere prima o poi riconosciuto».

Un riconoscimento che secondo il direttore generale Coopselios deve essere rivolto soprattutto a chi si trova in prima linea nell’assistenza agli anziani. «Nelle nostre strutture ci sono lavoratori che stanno rischiando la salute e che sono impegnati giorno e notte per assolvere una funzione che rappresenta per loro una vocazione. È demotivante sapere che il loro sforzo e il loro senso di responsabilità non siano adeguatamente riconosciuti dall’opinione pubblica».

Un compito di cura che risulta tanto più difficile di fronte alla chiusura delle visite per i parenti degli anziani ospiti: «A mio avviso si è intervenuti su un aspetto che ha un impatto mediatico forte ma molto contenuto in termini di riduzione rischio, aprendo a problematiche di natura emotiva, psicologica e comportamentale. I nostri anziani non capiscono cosa stia avvenendo, spesso vivono questa chiusura come un abbandono. Noi ci interroghiamo spesso su cosa sia meglio per loro, se accettare un livello minimo aggiuntivo di rischio: in un quadro controllato e protetto le visite dei parenti credo che si possano gestire e credo anche che avrebbero un effetto “salvifico” verso gli anziani. Non bisogna dimenticare che il concetto di salute non riguarda solo la salute fisica, la condizione generale delle persone nel loro complesso».

 

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