«Il sistema è in crisi. Se vogliamo uscirne consideriamoci sempre malati»
Reggio Emilia, l’appello di Ilaria Lazzari, medico di medicina generale: «Basta pranzi in famiglia, nemmeno dalla mamma»
REGGIO EMILIA. Inutile nascondersi: è colpa delle persone se ci troviamo in questa situazione, il Covid non ha le gambe, lo portiamo in giro noi. E quindi no, non si può andare a trovare la mamma, anche se la legge non lo vieta».
Non usa mezzi termini la dottoressa Ilaria Lazzari, medico di medicina generale di Reggio Emilia. Il motivo è che – non solo secondo lei – non ce lo possiamo più permettere: «A Reggio Emilia siamo molto fortunati, l’Ausl ha messo a disposizione di noi medici di famiglia percorsi puliti per i pazienti non Covid e altri specifici per i Covid, ma la situazione non è più gestibile. Se i cittadini non capiscono che è il momento di fare delle rinunce, non ce la possiamo fare. Stiamo cercando di vuotare l’oceano con un cucchiaino, bisogna mettersi nell’ottica che ci sono comportamenti che, anche se permessi dalla legge, vanno evitati».
Per esempio?
«Una ragazzina mia paziente è stata mandata a dormire da un’amica, poi risultata positiva. Tutti ammalati. Una ragazza è andata a trovare l’amica del cuore, non hanno indossato le mascherine perché “tanto stavamo bene”, l’amica è risultata positiva al Covid, la ragazza in attesa di fare il tampone è andata da sua madre. Un anziano, anche lui in attesa di fare il tampone, è andato al circolo. Una famiglia ha mandato il figlio da alcuni amichetti per festeggiare Halloween, tutti contagiati. Fino ad arrivare a una coppia di anziani che seguo da tempo, andando a visitarli a casa. Lui è allettato, pluripatologico, dall’inizio della pandemia mi sono sempre raccomandata che in quella casa ci fosse un ambiente protetto. Significa ridurre al minimo le visite, fare entrare in casa solo le persone “necessarie”. Adesso la moglie è ricoverata in ospedale per Covid, ha una polmonite bilaterale e le sue condizioni sono critiche. In quella casa in realtà c’era un pellegrinaggio: figlie, nipoti, generi, il fattorino che consegna l’acqua. Quando ho fatto presente che è stato questo comportamento a fare ammalare la nonna mi è stato risposto: “Dovevamo occuparci di loro”. Sì certo, ma non in dodici».
Cosa bisogna fare, quindi?
«Bisogna evitare di frequentare amici e familiari non conviventi. Se abbiamo genitori autosufficienti che non hanno bisogno di cure e assistenza, non dobbiamo andare a pranzo o a cena da loro, non dobbiamo andarci proprio. La legge non vieta il pranzo della domenica in famiglia, ma dobbiamo comportarci come se fossimo malati. È un grande sacrificio, me ne rendo conto, ma c’è un periodo finestra in cui non sappiamo di essere positivi eppure contagiamo. Proprio recentemente una mia paziente che ha contratto il virus sul posto di lavoro ha contagiato il suo nucleo familiare, quello dei genitori e quello dei suoceri per colpa dei pranzi in famiglia. I nostri atteggiamenti possono proteggere o danneggiare i nostri cari, è tutta una catena».
Forse alla base di questi comportamenti scorretti c’è l’idea di non essere ammalati...
«Sicuramente è così, ma questo significa che la cosa più importante di tutte non è ancora stata capita: il Covid lo portiamo in giro noi. I comportamenti individuali sono fondamentali, i cittadini sono parte attiva in questa emergenza, solo loro possono permettere a noi operatori sanitari di fronteggiare il virus. Anche io ho una mamma, ma non vado a casa sua da marzo. Ci vediamo in cortile, a distanza, con la mascherina».
Fatta la legge trovato l’inganno, si dice. In Italia appellarsi all’autodisciplina è qualcosa di utopistico.
«Il paradosso è che chi lavora in ambito sanitario – medici, infermieri, operatori sanitari... tutti noi – ha prove tangibili della preoccupazione delle persone: hanno paura della malattia, sono preoccupati per l’economia, per gli effetti delle restrizioni... poi tutto questo non si riflette sugli atteggiamenti individuali. I cittadini ascoltano e leggono i dati sui contagi, sui ricoveri, eppure non riescono a evitare comportamenti che, seppur leciti dal punto di vista della legge, sono assolutamente sconsigliati. Anzi mi sembra proprio che cerchino di prendersi tutti gli spazi possibili all’interno della legalità per cercare di avere una vita normale. Ma non si può, adesso non si può».
Nella prima ondata siete stati definiti “angeli”, “eroi”, oggi venite attaccati perché “Non fate abbastanza”. Anche questo è un effetto del Covid?
«Noi medici di medicina generale siamo amareggiati dall’attacco di questo ultimo periodo. Ci dicono che non facciamo abbastanza, che non andiamo a visitare a casa. Siamo consapevoli di poter essere un veicolo di contagio, quindi quando c’è bisogno andiamo a visitare a domicilio ma dobbiamo tutelare anche i pazienti non Covid. Posso parlare di me, ma per i miei colleghi è lo stesso, da un mese lavoro 11-12 ore al giorno, lavoro anche il sabato e la domenica. Abbiamo rintracciabilità telefonica dalle 8 alle 20, in media in un giorno ricevo a vario titolo almeno 50 telefonate, al lunedì anche 80. Solo per le chiamate ci vorrebbe un telefonista. L’attività ambulatoriale va avanti con difficoltà per via del distanziamento, anche per gli appuntamenti non posso più ricorrere alla segretaria perché al telefono devo fare un filtraggio, dare una priorità, in alcuni casi seguire a distanza. Poi ci sono le visite domiciliari non Covid, che continuano, in media 2-3 al giorno: anziani non trasportabili, malati oncologici, pazienti destinatari di cure palliative. Oltre alla vigilanza dei pazienti Covid che non sono stati ricoverati e non sono seguiti dalle Usca (le Unità speciali di continuità assistenziale), che chiamo anche il sabato e la domenica. E poi tutte le richieste dei pazienti che non hanno risposte dall’Igiene Pubblica: non è certo colpa dell’Igiene Pubblica, ma inevitabilmente in questo momento di grande carico ci sono ritardi, e noi, che insieme al Pronto soccorso siamo le porte di accesso al sistema sanitario, dobbiamo risponderne. E così contattare l’Ausl per risolvere i problemi dei nostri pazienti. Ecco perché dico, e continuo a dire, che il nostro comportamento è fondamentale. Non tutti i contagi si possono evitare, ma andando a pranzo dalla mamma rischiamo di intasare un sistema sanitario che sta già arrancando. Non so per quanto reggeranno gli ospedali, senza una maggiore consapevolezza da parte dei cittadini non ne verremo fuori».
Vale adesso e varrà a Natale, è così?
«Mi piange il cuore dirlo ma sì, non c’è un’altra via. Bisogna che tutti facciamo un passo indietro». —
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