Reggio nel vortice delle fatture false
L’operazione della Guardia di Finanza di Ferrara ha portato alla denuncia di 23 cinesi uno dei quali residente in città
REGGIO EMILIA
Un cinese quarantenne, residente a Reggio Emilia, lavorava in un emporio, ma allo stesso tempo era pagato per figurare come la “testa di legno” (cioè l’intestatario fittizio) di una società cartiera creata solo per produrre fatture false. Questa la realtà delle aziende “apri e chiudi”, gestite per intero da cinesi, scoperchiata dalla Guardia di Finanza di Ferrara, che ha denunciato 23 persone – tra le quali il cinese residente a Reggio – accusate a vario titolo dei reati di emissione e utilizzo di fatture inesistenti attraverso l’utilizzo di altrettante cartiere. È stata chiamata “Wall papers” – vale a dire un muro di carta creato con l’unico scopo di evadere il fisco – l’operazione condotta dalle Fiamme Gialle e coordinata dalla Procura di Ferrara.
L’inchiesta è partita nel 2017, quando i militari della Tenenza di Comacchio hanno effettuato una verifica fiscale su un emporio cinese che presentava alcune anomalie sui dati delle fatture ricevute da fornitori. A insospettire gli investigatori – che hanno analizzato al documentazione incrociandola con le banche dati – sono state le caratteristiche ricorrenti dei fornitori, sparsi per tutto il centro-nord d’Italia: si trattava di società dalla vita brevissima, con una partita Iva non più attiva, prive di qualsiasi struttura imprenditoriale, con sedi non reali e, ovviamente, inadempienti sul fronte della tassazione. Di fatto scatole vuote, intestate a privati cinesi, per lo più titolari di empori e grandi magazzini oppure dipendenti di altre attività come quelle di ristorazione o addirittura soggetti nullatenenti e irreperibili.
Nel caso dei proprietari di empori che si prestavano all’intestazione delle società cartiere, costoro erano al contempo i prestanome ma pure gli “utilizzatori finali” del sistema, che consentiva loro di alzare i costi dell’impresa, abbattere la base imponibile delle imposte e così vendere sul mercato articoli di merce varia (dall’arredo per la casa agli accessori auto, dai prodotti di elettronica all’abbigliamento) a prezzi concorrenziali.
«Il meccanismo delle società cartiere, per produrre a ciclostile fatture false, non è una novità per i cinesi: è un meccanismo che la comunità radicata conosce molto bene. E in questo periodo di emergenza sanitaria l’illegalità economica è un tema quanto mai di attualità – ha commentato il Maggiore Luigi D’Abrosca – tuttavia si tratta di indagini lunghe e complesse. Lo dimostra il fatto che, partendo da una singola attività locale, siamo risaliti a una galassia di cartiere dislocate a macchia di leopardo fra il Piemonte (Torino, Cuneo, Novara), la Lombardia (Milano, Varese, Lecco, Monza, Bergamo, Mantova), il Veneto (Treviso), l’Emilia-Romagna (Ferrara, Ravenna, Reggio Emilia), le Marche (Fermo) e il Lazio (Roma)». Secondo un calcolo dei finanzieri dal 2017 al 2020 le società hanno prodotto (sempre sulla carta) un giro d’affari di oltre 120 milioni, che ha generato un’evasione fiscale di 40 milioni. —
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