Tornate a leggere e scrivere. Sarete più liberi (anche dalle fake news)
Reggio Emilia, il vescovo Massimo Camisasca ha dedicato il suo “Discorso alla Città del 2020” al potere della parola e del silenzio nell’epoca di internet
REGGIO EMILIA. Se a causa della pandemia questo è un San Prospero virtuale, il Discorso del vescovo alla Città è certamente “verbale”. Nel senso che si cura del “verbo”, della Parola. Massimo Camisasca punta il dito sull’impoverimento culturale, che è sinonimo di vulnerabilità, debolezza, dipendenza e condizionamento. Lo fa a conclusione delle trentatré cartelle dattiloscritte, quasi il capitolo d’un saggio: “Viviamo pericolosamente in un momento in cui non esistono più né passato né futuro, ma solo l’istante presente. Questa affermazione, che sembrerebbe essere simile a quella fatta da Agostino nel libro XI delle sue Confessioni, ne è in realtà agli antipodi. Per il vescovo di Ippona, infatti, parlare del presente come momento unico del tempo non voleva significare né escludere la memoria, né cancellare la speranza, ma anzi racchiuderle tutte in un unico atto di coscienza presente”.
Il capo della diocesi reggiana non dismette di essere anche scrittore, romanziere, saggista, amante del teatro e della musica.
E si preoccupa: “C’è un’urgenza più profonda. Le generazioni più giovani – ma questo fenomeno tocca anche gli adulti – manifestano una crescente difficoltà nei riguardi della lettura e della scrittura e, più in generale, della parola, del linguaggio, del pensiero astratto”.
E ancora: “La fatica della parola (pensata, scritta, pronunciata) tocca quindi ogni aspetto della nostra vita. Un rapporto impoverito con le parole corrisponde a un rapporto impoverito con la realtà”.
LE NOVITÀ DELLA DAD
Camisasca si sofferma sulla formazione al tempo del Covid: “Queste riflessioni si sono fatte più pressanti durante il periodo di confinamento dovuto all’emergenza sanitaria, che ha visto numerosi ambiti della nostra vita trasferirsi online. Tra questi penso in modo particolare alla scuola, con l’introduzione della prassi della didattica a distanza e con la ridefinizione del tipo di proposta offerta agli alunni. Nessuno può prevedere oggi quale sarà, nel futuro immediato, l’impatto della tecnologia sull’insegnamento; né quale sarà la capacità dei docenti di maturare connessioni – anche dialettiche – tra la didattica in presenza e quella a distanza, o quale sarà la risposta dei ragazzi. Non intendo ovviamente demonizzare l’introduzione degli strumenti informatici nei processi di insegnamento e apprendimento. Essi non rappresentano solo un problema, ma una grande opportunità. Tuttavia, non sono in grado di generare automaticamente novità buone. Il loro utilizzo deve essere accompagnato e modulato dentro un cammino che non può prescindere dall’educazione del pensiero e della parola, della lettura e della scrittura”.
Prima di approdare a un approfondimento in ambito cristiano, nel suo testo Camisasca attraversa la storia della filosofia e lo fa in modo decisamente laico. Come in questo passaggio: “È celebre, ad esempio, la distinzione operata da Eraclito di Efeso (VI-V secolo a.C.): nel momento stesso in cui identifica come fondamento e principio della realtà il Lógos – che è ragione, parola, pensiero, linguaggio –, egli divide il genere umano in dormienti, prigionieri delle informazioni incerte fornite dai sensi e desti, che lasciandosi guidare dal proprio lógos accedono a una dimensione universale e immutabile di comprensione della realtà”.
MASCHILE E FEMMINILE
Il vescovo, occupandosi del senso delle parole “che danno un nome alle cose” reali ed astratte, guarda anche alla rivoluzione del linguaggio che è sostanzialmente esordita negli anni Settanta: “Della stessa visione è imbevuta l’insistenza sull’adozione di linguaggi cosiddetti inclusivi, che rifiutano espressamente di attribuire all’individuo una realtà che egli non percepisce corrispondente a sé; di qui, ad esempio, la sostituzione del maschile e del femminile grammaticali con espressioni indefinite o di genere neutro, o con simboli indeterminati che ciascuno possa riempire di volta in volta con il contenuto in cui ritiene di rispecchiarsi in quel momento; o, ancora, l’eliminazione di alcuni vocaboli che presuppongono una conformazione duale dell’essere umano in quanto sessuato (padre, madre, uomo, donna) e la loro sostituzione con un’ampia gamma di espressioni a vantaggio di chi in tale dualità non si riconosca”. Camisasca dice che: “Il progettare un linguaggio neutro, fluido o che non esprima alcun tipo di valore e ordine si basa sul presupposto che la stessa realtà sia neutra, fluida, che non porti in sé né ordine né struttura e che, dunque, non vi sia in essa alcun valore che possiamo riconoscere”.
AL SERVIZIO DI UN POTERE
“Sempre di più in questi ultimi anni si sente parlare in modo negativo di fake news. Questo è segno del desiderio di attingere alla verità delle cose stesse e di sfuggire alla manipolazione mediatica, ma è segno anche della nostra fragilità di fronte alla potenza dei nuovi media. Tale potenza, infatti, mette in luce la radicale alternativa filosofica della quale abbiamo detto: la comunicazione è espressione di una relazione con la realtà ed è la possibilità di entrare nel mistero delle cose o è invece pura costruzione arbitraria al servizio di un potere?”. Condensando, Camisasca afferma che “La nostra esperienza del reale si è ridotta a vantaggio dell’esperienza del virtuale”.
IL DIGITALE NON È MAI NEUTRALE
“Non possiamo escludere totalmente il rischio che la nostra esperienza conoscitiva, comunicativa e linguistica vada man mano riducendosi nella sua complessità, che la conoscenza sia convertita in mera informazione, e che dall’esperienza viva del pensiero – strettamente connessa a quella dei sensi – si passi a una semplice gestione delle informazioni. Al tempo stesso questi strumenti, correttamente utilizzati, possono anche sostenerci nell’avventura del sapere. In altre parole, il mezzo digitale, che non è mai neutrale, fa sempre appello alla nostra responsabilità”.
L’IMPORTANZA DEL FRA SÉ E SÉ
Il vescovo afferma che: “Per recuperare il gusto della parola è anche necessario ritrovare un corretto rapporto con il silenzio. Ogni parola, per essere ricca e profonda, ha bisogno di un tempo di gestazione: un tacere, al quale forse non siamo più abituati. Mi ha colpito come, nel venir meno subitaneo e totale di tanti impegni quotidiani a causa dell’isolamento sociale, la tentazione iniziale sia stata quella di riempire il silenzio con slogan, immagini, notizie. In realtà il protrarsi di quella condizione ci ha costretti a interrogarci sul significato (e persino sul valore) di un tempo così forzatamente e apparentemente improduttivo. Non è casuale che il termine con cui nominiamo il luogo istituzionalizzato della trasmissione culturale – la scuola – sia ricalcato sul greco scholè, il tempo libero dalle occupazioni materiali (l’otium dei latini, contrapposto al negotium). La parola che comunica nasce nel tempo lungo del pensiero, della parola detta fra sé e sé, della parola ascoltata o riascoltata dentro di sé”.
Conclusione: “Il silenzio non è il vuoto: è lo spazio dell’ascolto”.
CONTAMINAZIONI E IMMAGINI
“Esperienze nuove, contaminazioni rinnovate tra culture e popoli diversi, ricreando il linguaggio, alimentano come un nuovo sangue la parola scritta, la narrazione, il saggio, la poesia – afferma Camisasca -. Oggi stiamo tornando ad un prevalere del rapporto orale su quello scritto: prevalgono le immagini, le narrazioni brevi attraverso la decostruzione delle parole, i sentimenti espressi con emoticon”.
L’ILLUSIONE DI UN vantaggio
Il vescovo di Reggio Emilia e Guastalla dice che: “Assistiamo al duplice lato “politico” dell’era di internet: da una parte, un’élite relativamente ristretta di persone può aumentare in modo considerevole il proprio potere avendo a disposizione sempre nuove conoscenze e nuovi canali di ricerca; dall’altro, un infinito numero di abitanti della terra vive nell’illusione di un potere da raggiungere, mentre in realtà la sua vita è governata da centri invisibili e lontani attraverso algoritmi che determinano i risultati delle ricerche personali, attraverso la pubblicità, il mercato e un controllo sempre più vasto della vita privata”.
COME SALVARSI
Il vescovo osserva: “Chi è veramente svantaggiato nel nostro tempo? Chi non rincorre tutte le novità dell’era tecnologica? No, soprattutto chi non sa leggere e scrivere. Chi non è stato aiutato a prendere consapevolezza e a godere dei tesori che la storia passata e presente del suo popolo potrebbe mettere nelle sue mani attraverso la lettura e la scrittura. Tesori di storia, di arte figurativa, di letteratura, di poesia, di musica, di ricerca scientifica”. Infine: “In questo contesto emerge, ancor più potentemente che nei decenni e nei secoli passati, l’importanza della lettura e della scrittura e, in ultima analisi, del pensiero critico per ogni persona”. —
(sintesi realizzata da Stefano Scansani)
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