«Noi, giovani reggiani accorsi in aiuto durante il terribile terremoto in Irpinia»
Il racconto di Pietro Perini, all’epoca capo di una spedizione dell’Arci provinciale: «Toccai con mano la miseria dell’Italia»
la storia
Luciano Salsi
Il 23 novembre 1980, quando il terremoto devastò l’Irpinia e la Lucania, questa regione era ancora più lontana dalla grazia di Dio di come l’aveva descritta Carlo Levi quarant’anni prima in “Cristo si è fermato a Eboli”. Se ne resero conto i trentotto reggiani scesi a Muro Lucano per prestare soccorso, scoprendo che una mortale distruzione s’era abbattuta su anziani, donne e bambini rimasti in un paese poverissimo spopolato dall’emigrazione. Ne è testimone Pietro Perini, il guastallese che guidò allora la spedizione organizzata dall’Arci provinciale, di cui era funzionario: «In quell’occasione – riferisce – toccai con mano la miseria umana dell’Italia. Sembrava che una mano fosse passata su un castello di carte, tanta era la rovina di quelle malferme case di sassi. I sopravvissuti erano disperati. Mancavano di tutto ed erano pochissimi gli uomini validi in grado di aiutarli».
L’Sos era stato lanciato da Dino Fatone, uno dei responsabili del circolo Arci di Muro Lucano. L’Arci dell’Emilia-Romagna l’aveva raccolto, incaricando l’associazione reggiana di dargli risposta. A quell’epoca non esisteva la Protezione civile e mancava il coordinamento per rendere efficace lo slancio generoso dei tanti volontari accorsi da ogni parte d’Italia. I reggiani si distinsero per la capacità organizzativa e la serietà dell’impegno: «Molti soccorritori improvvisati – spiega Perini – tornarono indietro poco tempo dopo. Noi restammo per 43 giorni lavorando senza sosta, con alcuni episodi di ordinaria eroicità. Siamo stati dimenticati e mai citati. Fu un atto semplice e volontario di gente che non cercava né ricompense né gloria né titoli, ma che mi sento di dovere ricordare in quanto responsabile, allora, di quei ragazzi dai 16 ai 30 anni».
Perini ne aveva 28. Ora è prossimo alla pensione, dopo avere lavorato come elettrotecnico. La delegazione era composta in parti uguali da maschi e femmine. Ne facevano parte, fra gli altri, un’infermiera del Santa Maria Nuova e Federico Bonazzi figlio di Renzo, il sindaco di Reggio, e Oreste Zurlini, ex sindaco di San Martino in Rio. C’erano studenti, lavoratori dipendenti che usufruivano di un permesso e artigiani che avevano sospeso l’attività.
«Partimmo alla fine di dicembre – racconta Perini – con un pullman e un camioncino vuoto. Ci presentammo al sindaco, che dopo una breve riunione ci indicò la Salita dei Cappuccini e la palestra nei pressi come sede operativa, da riorganizzare per la tendopoli che era sorta spontaneamente e che ospitava più di 350 persone, quasi tutte anziani, donne e bambini. Riorganizzammo i generi alimentari, il vestiario e i farmaci, in gran parte scaduti, accumulati alla rinfusa nella palestra. Erano stati scaricati prima nei fossi, poiché nessuno poteva andarli a prendere. Poi erano stati portati al coperto da volontari provenienti dalla Calabria e dalla Sicilia, organizzati da un prete operaio giovane. La nostra infermiera organizzò anche una sorta di visita a domicilio per quelle quattro o cinque famiglie che non si volevano allontanare dalle loro abitazioni, nonostante il pericolo di crolli e le condizioni disperate. La mancanza di stufe e di corrente elettrica aveva provocato la morte di alcune persone prima del nostro arrivo».
I reggiani utilizzarono legna di recupero per costruire una mensa per 250 persone con una cucina da campo portata dagli Alpini del centro comando di Baraggiano.
«Cucinavamo – ricorda ancora Perini – per gli ospiti della tendopoli, ma anche per le persone rimaste nelle loro case. Preparavamo pasta asciutta e ci procurammo della verdura per curare i casi di pellagra che ci erano stati segnalati. Un’anziana ci disse che nella sua vita non aveva mai mangiato più di due volte al giorno. Una volta arrivò un furgone carico di panettoni. Chi lo guidava voleva che gli abitanti si sottoponessero a una ripresa cinematografica per farsi pubblicità. Ci visitarono anche due personaggi equivoci intimandoci di andarcene. Evidentemente non eravamo graditi perché il materiale custodito e la sua gestione facevano gola a qualcuno». —
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