Gazzetta di Reggio

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Aemilia, il maxiprocesso d’appello 

Il pg: «Si confermino ad Amato i 19 anni di cella»

Tiziano Soresina
Il pg: «Si confermino ad Amato i 19 anni di cella»

Il 57enne si difende in videocollegamento: «Sono innocente». Il 9 dicembre le repliche, la sentenza è ormai in arrivo 

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bologna

Il 13 febbraio scorso prendeva l’avvio il secondo grado di Aemilia, il più mastodontico processo di mafia al Nord, con la ’ndrangheta radicatasi in Emilia (clan autonomo, ma marchiato Grande Aracri) messa nel mirino. E se non vi saranno particolari sorprese, in otto mesi il maxiprocesso d’appello si concluderà, visto che ieri nell’aula-bunker della Dozza si sono concluse le discussioni e la Corte ha già deciso di collocare tutte le repliche (una quindicina le posizioni da affrontare, oltre ad alcuni imputati che faranno “dichiarazioni spontanee”) al 9 dicembre, per poi entrare – se non vi saranno intoppi – in camera di consiglio ed uscirne presumibilmente alcuni giorni dopo con la sentenza. Tre le posizioni affrontate ieri. In mattinata la Procura generale ha chiesto la conferma della condanna di primo grado per Francesco Lomonaco (19 anni e mezzo di reclusione) e Francesco Amato (19 anni e un mese di carcere). Quest’ultimo fece parlare parecchio di sè dopo la sentenza di Reggio Emilia del 31 ottobre 2018: latitante per alcuni giorni, era clamorosamente ricomparso il 5 novembre, asserragliandosi nell’ufficio postale di Pieve Modolena, dove con un coltello aveva tenuto in ostaggio la direttrice e quattro dipendenti per oltre otto ore, prima di arrendersi ai carabinieri. Ieri Amato ha voluto prendere la parola – con “dichiarazioni spontanee” – dal carcere in cui è collegato in videoconferenza con l’aula-bunker bolognese. Il 57enne si è difeso a spada tratta per circa mezz’ora, ma senza andare sopra le righe come accaduto in altre situazioni giudiziarie. Parole a raffica per proclamarsi innocente. Dopo la pausa la discussione ha riguardato l’imprenditore scandianese 65enne Giuliano Debbi, accusato di due tentate estorsioni (originariamente con l’aggravante mafiosa, caduta in primo grado). Il sostituto procuratore generale Luciana Cicerchia, al termine di una lunga requisitoria, ha chiesto la conferma della condanna (4 anni di carcere) per Debbi. Di opposto parere l’avvocato difensore Federico De Belvis che in un’arringa di un’ora è entrato con forza nelle due vicende collocate nel Ravennate e che coinvolgono il suo assistito, terminando con la richiesta d’assoluzione. Nel primo caso era finito sotto pressione il gestore del ristorante annesso allo stabilimento balneare Marinabay con l’obiettivo di fargli lasciare l’attività. «Ma appena Debbi si rende conto – ha replicato il difensore – che la proposta sul Marinabay gli era arrivata da Giuseppe Giglio, cioè un soggetto vicino ad ambienti criminali, interrompe la trattativa». Nel secondo caso c’era di mezzo un credito di 200mila euro nei confronti dell’allora titolare della Locanda del Melarancio a Ravenna. «Si era fidato di Marco Gibertini – rimarca De Belvis – che non pensava fosse contiguo all’ambiente mafioso, inoltre non avrebbe ceduto il credito ad Antonio Silipo se si fosse accorto, come con Giglio, della sua matrice delinquenziale». —



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