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L'intervista a Chiara Maci: «Ho fatto cappelletti piccolissimi e ho pure cucito un cappello del prete»

La food blogger in visita a Reggio Emilia per imparare a cucinare i piatti tipici del Natale reggiano. Alla pasticceria Ligabue ha scoperto il Biscione


04 dicembre 2020 Martina Riccò


REGGIO EMILIA. «Di una risata, due mani sporche di farina e un calice di buon vino, ne ho fatto uno stile di vita», dice Chiara Maci. E appena arriva in via Emilia San Pietro, a Reggio, si capisce che non è una bugia.



La food blogger più famosa d’Italia (che, però, come tiene a sottolineare lei stessa, di lavoro fa la mamma di due bellissimi bambini, Bianca e Andrea) è diretta alla pasticceria Ligabue per registrare una puntata del suo programma “L’Italia a morsi”, in ond su Food Network.

Dopo aver imparato a fare i cappelletti («Me la sono cavata bene, sono bolognese d’adozione: mi sono “allenata” con i tortellini») vuole conoscere i segreti del biscione, il tipico dolce natalizio reggiano.



Chiara – le diciamo sul set, dove davvero si sporca le mani... di farina – benvenuta nella nostra città. Cos’hai scoperto della tradizione culinaria reggiana?

«Mia mamma è bolognese – dice lei sorridente – io quindi sono cresciuta con i tortellini... beh a Reggio ho fatto i cappelletti. Mi hanno insegnato che il cappelletto è diverso da famiglia a famiglia, c’è chi li fa grandi, chi talmente piccoli da infilarne otto in un cucchiaio. Mia nonna mi ha insegnato a chiudere i tortellini sul mignolo, quindi ho fatto piccolissimi anche i cappelletti. È stato molto divertente. E ovviamente abbiamo fatto il brodo di cappone, quello serio, quello vero», sorride.



E dopo i cappelletti sei arrivata al biscione.

«Una vera scoperta. Non lo avevo mai sentito nominare, non l’avevo mai visto. Subito pensavo fosse ricoperto di panna, invece no!, è meringa. Mi hanno detto che è un dolce natalizio tipico del centro di Reggio, basta andare appena fuori e nessuno lo conosce. Un’altra tradizione dimenticata è il cappello del prete, ho fatto anche quello, l’ho proprio insaccato e cucito. Una sorta di antenato del cotechino, diciamo così, tipico delle feste. Particolare davvero, ha proprio la forma del cappello dei preti».

Un giorno a Reggio e sei diventata anche norcina.

«In questi tre anni di “Italia a morsi”, visitando salumifici in giro per l’Italia, ho cucito davvero di tutto: cotechino, pancetta, qualunque cosa».



Ti abbiamo vista assaggiare il biscione. Allora i “morsi” li dai davvero, non per finta.

«Li do davvero e ne do anche tanti – ride – Io sono una grande appassionata di cucina ma sono anche una grande golosa. E poi non puoi non assaggiare: io ho la grande fortuna di poter andare in giro per l’Italia, non solo nelle città ma anche nei paesini, alla scoperta di tradizioni dimenticate o quasi. Ma conoscerle dai racconti è una cosa, poterle assaggiare è tutt’altro: arricchisci il tuo palato, la tua cultura, puoi replicarle a casa».

Questo programma nasce dal tuo coraggio: hai abbandonato un altro tipo di carriera per seguire quello che era in realtà il tuo desiderio più vero.

«Ho lasciato il marketing aziendale 11 anni fa, mi sono proprio licenziata. Volevo cucinare e pensavo di aprire un catering, ma erano gli anni dei primi blog e ho detto: ci provo. Ho aperto il blog (chiaramaci.com) e il secondo anno era già uno dei più seguiti d’Italia. Ho iniziato con la televisione, con le collaborazioni con le aziende... Dopo dieci anni di questo lavoro posso dire che la comunicazione cambia in modo incredibilmente veloce, quello che non cambierà mai, in Italia, è la cucina, la tradizione. Possono cambiare le tecniche di cottura, gli strumenti... ma non cambierà mai il fatto che noi tutti siamo cresciuti con delle mamme o delle nonne che ci hanno insegnato a cucinare. Quindi quando mi hanno chiesto di fare “L’Italia a morsi”, un programma che è nato con me, non c’era una edizione prima, non mi sembrava vero: potevo entrare nelle cucine delle persone e scoprire cosa cucinavano la nonna, la mamma, come lo facevano. È davvero qualcosa di unico, ed è tipico italiano. I libri insegnano tante cose, ma c’è una tradizione orale che esiste solo se te la racconta una nonna».



La tua dunque è anche una missione: salvare ricette e tradizioni?

«Assolutamente sì, mi piacerebbe davvero tanto che attraverso il programma non si perdessero determinate tradizioni».

Chiara, quest’anno a Natale cappelletti o tortellini?

«A casa Maci il Natale è tortellino, non potrei mai tradire il tortellino della nonna», ride.

Infilane uno nel piatto, un cappelletto solo...

«Va bene, va bene. Tanto sono divini entrambi». —


 

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