Fare i conti col picco delle inutilità
L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio
REGGIO EMILIA. A che cosa serve la storia? A denudare la verità del presente. E l’analisi del testo (la parafrasi, in linguaggio difficile)? A recepire perfettamente che cosa un narratore intende o sottintende dire. Ecco, per aver chiaro il fenomeno che va capitando nelle teste di molti, moltissimi italiani, bisogna armarsi dei due strumenti: la storia e la parafrasi. Strumenti utili anche per smontare la corrente frenesia da cenone e cenetta, hotel e ristorante, vigilia mangereccia e San Silvestro con veglione, sciata e passeggiata. Cioè, una crisi d’astinenza di inutilità.
Fatevi l’analisi del testo di questa parte del capitolo XXXI dei “Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni, quando le autorità sanitarie della Milano del 1629-1630 decisero di convincere la gente che il morbo c’era, era vero, ammazzava, con l’esposizione dei cadaveri.
Era in quel giorno morta di peste, tra gli altri, un’intera famiglia. Nell'ora del maggior concorso, in mezzo alle carrozze, i cadaveri di quella famiglia furono, d'ordine della Sanità, condotti al cimitero suddetto, sur un carro, ignudi, affinché la folla potesse vedere in essi il marchio manifesto della pestilenza. Un grido di ribrezzo, di terrore, s'alzava per tutto dove passava il carro; un lungo mormorìo regnava dove era passato; un altro mormorìo lo precorreva. La peste fu più creduta: ma del resto andava acquistandosi fede da sé, ogni giorno di più; e quella riunione medesima non dové servir poco a propagarla...
Non basta dunque la morienza (delicato sinonimo di morte) fin qui registrata nel mondo, 1 milione e 51mila vittime, oppure in Italia, 60mila vittime (la disfatta di Caporetto ebbe un bilancio di 12mila vittime), in Emilia Romagna 4.500 e infine nel territorio di Reggio quasi 760. Non basta a neutralizzare l’ansia per le personali abitudini.
In altri termini sta venendo meno la disponibilità alla rinuncia per il bene e la vita comuni. Perché anche la visita alla nonna sola, al figlio che vive nel Comune vicino, l’attraversamento di un ponte confinario possono essere fatali. È debole la consapevolezza che il virus s’attacca e attacca. Minaccia tutti. Assistiamo a un fenomeno doppio, parallelo, pericoloso: da una parte la resistenza alle rinunce, dall’altra l’assuefazione alle morti.
Ed è pure in costruzione un’intolleranza alle norme generali, perché esse non coincidono con le esigenze personali. Qualche esempio: “Perché non posso andare a pranzo da mia suocera che è sola, ma è consentito andare al ristorante fino alle 18?”; “Perché la stessa regola che limita i movimenti vale nell’area metropolitana di Bologna che conta più di 1 milione di abitanti come, che ne so, a Zerba nel Piacentino, il Comune meno affollato dell’Emilia Romagna, che invece fa 78 residenti?”.
La risposta è elementare quanto le domande: la legge deve essere generale perché essa disciplina la convivenza, con-vivere, vivere insieme. Proprio sul tema del con-vivere, cessata la pandemia, sarà bene mettere mano alla costruzione sgretolata, oltre che della solidarietà, a quella del rapporto di poteri fra Stato e Regioni. Altroché trionfale diminuzione dei parlamentari: è urgente rigenerare il rispetto, non soltanto costituzionale, ma pure culturale.
Alessandro Somma qualche giorno fa in una sua opinione inviata alla Gazzetta ha lanciato una provocazione e colto una degenerazione: abolire le Regioni piuttosto che le Province (cioè smagrire le prime e riorganizzare le seconde); fare attenzione al caudillismo.
Sì, caudillismo. Ovvero una forma di potere basata sulla demagogia, sul personalismo. Somma segnala: “Da ultimo proprio le Regioni hanno poi alimentato quella forma di antipolitica che si esprime attraverso il caudillismo dei loro presidenti, interessati ad assicurarsi un futuro politico nazionale e impegnati a cercare visibilità ingaggiando scontri surreali con il livello nazionale: da ultimo quelli sulle misure anti-Covid”.
Siamo quindi testimoni di una triangolazione di comportamenti, orientamenti e reazioni che ogni giorno, ogni ora, in ogni titolo di giornale e strillo di tg coinvolgono-stravolgono le disposizioni generali. Le quali, a loro volta, sono ondivaghe e sovrapposte.
La triangolazione: chi non intende rinunciare alle proprie consuetudini e comodità; chi nelle Regioni sfracella il Paese credendo che i colori dell’emergenza siano una pagella; chi infine crede che il virus sia un’invenzione o una fanta-bomba biologica o, peggio, così fa credere a scopo strumentale. La parafrasi è ancora necessaria per analizzare quest’altro brano del capitolo XXXI dei “Promessi Sposi” dove Alessandro Manzoni romanziere e storico enumera i negazionisti della peste.
Coloro che credevano esser quella un’unzione velenosa, chi voleva che la fosse una vendetta di don Gonzalo Fernandez de Cordova, per gl’insulti ricevuti nella sua partenza, chi un ritrovato del cardinal di Richelieu, per spopolar Milano, e impadronirsene senza fatica; altri, e non si sa per quali ragioni, ne volevano autore il conte di Collalto, Wallenstein, questo, quell’altro gentiluomo milanese. Non mancavan, come abbiam detto, di quelli che non vedevano in quel fatto altro che uno sciocco scherzo, e l’attribuivano a scolari, a signori, a ufiziali che s’annoiassero all’assedio di Casale.
Allora come ora.
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