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«La microplastica del fiume la ritroviamo negli alimenti»

M.G.

Franzini rilancia la proposta di costruire la diga di Vetto per evitare i prelievi dal Po «Le acque sono usate in modo massiccio per irrigare i prodotti dell’agricoltura»

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Di recente uno studio ha attestato la presenza di microplastiche nel Po. Sono presenti, è stato detto, ma i dati non sono allarmanti e certificano un buono stato di salute del Grande Fiume. Tutto ciò in base ai risultati del primo progetto ufficiale di sperimentazione volto a individuare le microplastiche nel Po, il Manta River Project, che dopo mesi di attività (pianificate e coordinate dall’Autorità distrettuale del Po-Ministero dell’Ambiente, in collaborazione con l’Università La Sapienza di Roma, la struttura operativa Arpae Daphne della Regione e Aipo, che ha fornito supporto logistico e mezzi) ha presentato un quadro complessivo più rassicurante del previsto.

Ma c’è chi vede anche il bicchiere mezzo vuoto. «In novembre abbiamo appreso da vari mass media notizie preoccupanti che dovrebbero far meditare chi ha il compito di decidere l’utilizzo delle risorse idriche di superficie e di falda e chi ha a cuore l’agricoltura e la salute dei cittadini», afferma Lino Franzini, presidente del Comitato per la diga di Vetto e del Bacino imbrifero Enza.

«Riepilogo queste notizie. Rai3-Tg3 Emilia il 10 novembre comunica i dati delle microplastiche presenti nelle acque del Po, prelevate anche a Boretto; nello stesso Tg viene detto che le acque del Po ne contengono meno di quelle della Senna e del Tamigi; paragone di cui non ne comprendiamo il senso; a noi preoccupa che le acque del Po sono usate in modo massiccio per irrigare i prodotti dell’agricoltura di Reggio e Parma; e che le microplastiche presenti, poche o tante, possono finire nella catena alimentare e nell’uomo. Il “Fatto Alimentare”, quotidiano online che pubblica articoli su tematiche alimentari riguardanti la sicurezza dell’alimentazione, acqua inclusa, ed elabora i documenti emessi dalle agenzie per la sicurezza alimentare, come Efsa, Fda e Anses, il 5 novembre denuncia la presenza di microplastiche nelle falde acquifere, luogo dove nessuno aveva mai pensato di cercarle; luogo dove la presenza di microplastiche può rappresentare uno dei pericoli più seri in quanto queste acque sono molto usate, anche a Reggio, come sorgente di acque potabili e possono arrivare ai rubinetti delle case, anche se trattate. L’Autorità di Bacino il 13 novembre fa presente che la portata del Po è dimezzata; i mutamenti climatici stravolgono la stagionalità; novembre era considerato il mese delle alluvioni e invece si è parlato di scarsità idrica e di siccità. Questo dovrebbe far comprendere che l’acqua va fermata nei periodi di abbondanza, se vogliamo disporne quando serve. Radio 24 il 1° novembre trattava l’oro blu, l’acqua; un argomento che dovrebbe essere molto caro a chi ha a cuore economia nazionale, salute dei cittadini e agricoltura, fiore all’occhiello del Made in Italy; l’acqua è la più circolare delle risorse, è la più utilizzata sul pianeta terra, ma ora stiamo pompando dalle falde una quantità d’acqua molto superiore a quella che il suolo può rigenerare».

Franzini afferma che queste notizie, «estremamente preoccupanti», hanno indotto il Comitato pro diga di Vetto e alcuni Consorzi irrigui privati «che desiderano il futuro all’agricoltura di queste terre e la salute dei cittadini», ad attuare, «da maggio 2021, controlli sulle acque, almeno quelle del Po cedute al campo, per verificare la rispondenze o meno di queste acque al Decreto legislativo 31/01 e l’entità delle microplastiche presenti. Se la Senna e il Tamigi ne contengono di più ci dispiace, ma a noi preme sapere cosa contengono le acque del Po e dei suoi affluenti Olona, Seveso, Lambro, Mella, eccetera, usate per irrigare i prodotti alimentari che troviamo sulle nostre tavole».

«Occorre invertire la rotta, spiega Gabriele Antolini, agroenterologo dell’Emilia Romagna, di fronte a dei dati che dimostrano un evidente calo della disponibilità idrica; servono strategie tecniche che vanno dalla semplice paciamatura che riduce l’uso delle acque alla costruzione di invasi per trattenerle. Ma oltre Radio 24, Tg3 Emilia e il Fatto Alimentare, alcuni giorni fa anche la Coldiretti lanciava l’allarme; le piogge non sono più un sollievo per l’agricoltura e per le falde; per esserlo devono cadere a lungo e in modo costante come succedeva un tempo. Le precipitazioni violente, come accade oggi, non sono assorbite dal terreno; negli ultimi 20 anni il numero delle esondazioni è più che raddoppiato. Ma ben più incisivi rispetto a quanto dichiarato da Cristina Carpinelli su Radio 24 sono Francesco Vincenzi, presidente di Anbi, e Paolo De Caro, componente della Commissione agricoltura e sviluppo rurale del Parlamento Europeo; il futuro dell’agricoltura Italiana dipende dalla disponibilità di acqua; l’Italia utilizza 3.300.000 di ettari di terreno, produce l’85% del made in Italy e assicura oltre tre milioni di posti di lavoro. Se non avrà l’acqua di cui necessita per questo settore e il suo indotto, sarà la fine. La raccomandazione del presidente Vincenzi è quella di realizzare invasi per garantire all’agricoltura la disponibilità idrica che serve; in Italia cadono mediamente ogni anno 1.000 millimetri di pioggia, tantissimi, ma di questi solo una piccola parte viene utilizzata; gli altri sono sprecati. Solo gli invasi possono ridurre questo spreco trattenendo parte delle acque nei periodi invernali e parte di quelle alluvionali. Reggio Emilia e Parma, pur avendo un settore agroalimentare importantissimo, non dispongono di nessun invaso montano ad uso irriguo, e non si hanno notizie dalla Regione in merito alla ripresa dei lavori della diga di Vetto, sospesi 31 anni fa. Si continua a pompare l’acqua dal Po, acqua di cui nel 2020 non sono neppure state fatte le analisi; ma dirci che contengono meno microplastiche di quelle della Senna o del Tamigi non ci consola; ci consolerebbe – conclude Franzini – la ripresa dei lavori della diga di Vetto per avere una riserva idrica di acqua pregiata e totalmente priva, o quasi, di microplastiche, per i rubinetti delle Province di Reggio e Parma, l’agricoltura e per produrre energia pulita». —

M.G.

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