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Brexit, dazi e falsi: senza un ombrello il Parmigiano rischia un altro ko

Enrico Lorenzo Tidona
Brexit, dazi e falsi: senza un ombrello il Parmigiano rischia un altro ko

La Gran Bretagna è il quarto mercato per il Re dei formaggi Bertinelli: «Lieviteranno anche i costi della vigilanza»

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REGGIO EMILIA

Se il Regno Unito uscirà dall’Unione europea senza un accordo, il Parmigiano Reggiano rischia di vedersi erodere il quarto mercato a suon di crisi e falsi. Timori fondati, come denuncia il Consorzio del Re dei formaggi in queste ore, che quest’anno ha già subito l’effetto del Covid.

Il pericolo è presto detto: senza l’ombrello comunitario, i falsi possono dilagare peggio di prima. Giusto un anno fa sugli scaffali di un supermercato inglese era stato trovato in vendita un falso “Parmesan” che riportava tra le altre la dicitura «fatto a mano a Londra». Un intruglio – è proprio il caso di dire – illegale nella denominazione, che riportava anche la dicitura “grated italian style Parmesans”.

Una confezione che non conteneva affatto Parmigiano Reggiano ma era composta da una miscela di anacardi, lievito alimentare, sale dell’Himalaya, aglio e olio al tartufo. A seguito della richiesta del Consorzio, l’azienda ha eliminato ogni riferimento alla Dop dal proprio marchio ma la spregiudicatezza fa capire la sete degli imitatori. Esempi come questo, riporta ora l’ente di tutela che ha sede a Reggio Emilia, potrebbero moltiplicarsi senza regole ferree e stabili per l’agroalimentare. Ma non è finita: «Un altro rischio potenziale associato alla Brexit – avverte Nicola Bertinelli, presidente del Consorzio – è che nel Regno Unito venga implementata una legislazione sfavorevole alle esportazioni agroalimentari italiane, come l’etichetta nutrizionale a “semaforo” che si sta diffondendo nella maggior parte dei supermercati del Regno Unito e che respinge ingiustamente gran parte dei prodotti Made in Italy con lo status di Dop. C’è poi il rischio di nuovi dazi, scenario che i consorzi dovranno gestire in coordinamento con l’Unione europea. Da tenere presente inoltre che lieviteranno i costi del Consorzio di tutela per la vigilanza in Uk, in quanto uscendo dall’Ue, non sarà più valida la norma della tutela ex-oficio: le azioni di tutela e vigilanza saranno pertanto completamente a carico dei consorzi di tutela».

Non c’è pace quindi per il Parmigiano e i caseifici reggiani. Dopo i prezzi sull’altalena e i consumi a singhiozzo del settore ristorazione a causa del Covid, incombe ora il nodo Brexit. Sì perché il Regno Unito ha importato 6.969 tonnellate di Parmigiano Reggiano nel 2019 e finora non si è trovato alcun accordo sull’uscita del Regno dall’Europa.

Il tempo è ormai agli sgoccioli e in caso di “no deal”, cioè di mancato accordo, non ci saranno cambiamenti significativi dal punto di vista della protezione del marchio perché Parmigiano Reggiano è un marchio registrato nel Regno Unito e gode della protezione legale che si estende anche al termine parmesan.

La preoccupazione è forte per diversi motivi: dal rischio di convergenza di possibili nuovi dazi ai riflessi di una probabile crisi economica post-Covid che impatterebbe sulla capacità di spesa delle famiglie Oltremanica.

Se i prodotti agroalimentari italiani venissero lasciati senza protezione europea, l’intero comparto subirebbe la concorrenza sleale dei prodotti di imitazione realizzati all’estero e nei Paesi extra Ue.

Con l’eventuale “no deal” c’è il rischio che questi casi aumentino e, soprattutto, che i consumatori non siano più protetti. Le persone sono sempre più attente all’autenticità del cibo che portano in tavola e, proprio per questo, il Consorzio del Parmigiano Reggiano continua a combattere l’uso improprio del termine “parmesan” ed evocazioni simili per garantire al consumatore che quando chiedono Parmigiano Reggiano venga loro servito quello autentico. —

Enrico Lorenzo Tidona

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