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Aemilia, la Corte d'Appello in camera di consiglio: nel pomeriggio la sentenza

Aemilia, la Corte d'Appello in camera di consiglio: nel pomeriggio la sentenza

Stralciata la posizione di Gianluigi Sarcone, che aveva chiesto la ricusazione di un giudice

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BOLOGNA. La Corte di appello di Bologna è entrata in camera di consiglio per decidere sul processo di "Aemilia", in corso da febbraio nell'aula bunker del carcere della Dozza. La sentenza è prevista nel pomeriggio. Gli imputati a dibattimento sono 118 e per la loro la Procura generale ha chiesto oltre mille anni di pene complessive.

Tra le posizioni al vaglio dei giudici presieduti da Alberto Pederiali anche quella dell'ex calciatore campione del mondo nel 2006 Vincenzo Iaquinta, condannato in primo grado a Reggio Emilia a due anni per reati di di armi, e il padre Giuseppe, imprenditore, condannato a 19 anni per associazione mafiosa. Molti dei personaggi principali emersi nell'inchiesta che ha sgominato la cosca emiliana legata ai Grande Aracri di Cutro sono già stati condannati in via definitiva nel rito abbreviato.

Dall'appello è stata stralciata la posizione di Gianluigi Sarcone, che aveva chiesto la ricusazione di un giudice. La richiesta era stata dichiarata inammissibile ma la Cassazione ha annullato e quindi si dovrà pronunciare un altro collegio.

Dopo dieci mesi di udienze a spron battuto – e ne sarebbero serviti meno se non fosse esplosa la pandemia, interrompendo i lavori dai primi di marzo sino a metà maggio – oggi pomeriggio sarà il momento del verdetto. La velocità con cui ha “camminato” l’appello – centoventi imputati, parecchie parti civili – la si deve al metodo applicato dalla Corte, cioè quello definito dal presidente Alberto Pederiali «frazionamento della discussione»: affrontate in ogni udienza le posizioni di alcuni imputati, con per ognuno la relazione introduttiva del giudice relatore, la requisitoria dell’accusa, l’arringa della parte civile e quella difensiva. Una strategia giudiziaria che ha “battuto” pure il Coronavirus.

In questi mesi i quattro rappresentanti dell’accusa (i sostituti pg Luciana Cicerchia, Valter Giovannini e Lucia Musti, nonché il pm antimafia Beatrice Ronchi) hanno per lo più chiesto la conferma delle condanne di primo grado, ma con “limature” delle pene per alcune posizioni, mettendo in concorso i due riti (abbreviato e ordinario).

Con una vistosa eccezione, in quanto i magistrati inquirenti hanno chiesto l’assoluzione «per non aver commesso il fatto» relativamente all’imprenditore modenese Gino Gibertini, che a Reggio Emilia era stato condannato a 8 anni di reclusione per estorsione aggravata dal metodo mafioso.

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