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La testimonianza 

Prima l’agguato, poi l’arrivo di Gibertini «Disse che aveva paura delle microspie»

Enrico Lorenzo Tidona
Prima l’agguato, poi l’arrivo di Gibertini «Disse che aveva paura delle microspie»

Dopo le minacce di Iembo, il commercialista Macchiaverna chiese aiuto al volto tivù: «Voleva soldi, andai dai carabinieri»

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Enrico Lorenzo Tidona

reggio emilia. «Ero sotto tiro ma ero convinto che quella pistola puntata contro di me fosse scarica. Quando è arrivata la polizia mi hanno detto che non solo era carica, ma che aveva il colpo in canna e il cane alzato, pronto allo sparo». Mauro Macchiaverna di lavoro fa il commercialista, tra i più noti a Reggio Emilia, e con le mani è abituato a sfogliare bilanci. Ma ieri il professionista reggiano – socio anche dell’azienda di amplificatori Rcf nonché vice presidente di Unindustria – ha alzato la sua mano destra in tribunale, mentre era seduto sul banco dei testimoni, per mimare con le dita il gesto di una pistola. L’ha idealmente puntata dritto davanti a sé, mentre il presidente del collegio, il giudice Giovanni Ghini, lo guardava attento per ascoltare la versione del teste, vittima nel febbraio del 2014 di un sequestro da parte di un ex cliente dello studio, che lo ha tenuto sotto tiro con una Beretta calibro 38 perché voleva dei soldi dopo averne in realtà già ricevuti nel tempo a suon di suppliche «ma senza mai ricorrere alla violenza». Si trattava di Alfonso Iembo (53 anni), costruttore cutrese tra i più rinomati a Reggio e all’epoca incensurato, che non avrebbe mai digerito il fallimento della sua impresa edile e diventato violento perché obnubilato – disse il suo difensore – dalle precarie condizioni di salute della figlia. Il 18 febbraio 2014 Iembo ha cambiato infatti totalmente registro. Lasciate le suppliche è passato all’azione: è salito all’improvviso nell’Audi di Macchiaverna mentre il commercialista usciva di casa, gli ha puntato la pistola sulla pancia dicendogli di guidare, per tenerlo poi recluso e sotto minaccia nel suo studio in pieno centro storico, in via Emilia San Pietro a Reggio, rimediando infine un’accusa di tentata estorsione, sequestro di persona e porto illegale di arma.

Storia nota alle cronache ma quella pistola mimata ieri da Macchiaverna in tribunale resta un’immagine emblematica. Una suggestione emersa durante un processo per tentata estorsione che vede infatti alla sbarra Marco Gibertini, giornalista e affarista reggiano già condannato a 9 anni e 4 mesi di reclusione in Aemilia per concorso esterno in associazione mafiosa, personaggio chiave del mondo di mezzo tra criminalità organizzata e società reggiana, persona alla quale Macchiaverna – che non lo conosceva direttamente – si rivolse su suggerimento di un amico per avere un giudizio sul suo sequestro ad opera di Iembo – sventato poi con un blitz della polizia – e soprattutto sulle successive minacce via telefono giunte all’allora fidanzata del commercialista. Per l’accusa Gibertini, invece che aiutare il commercialista, si insinuò nella vicenda e tentò a sua volta un’estorsione nei confronti di Macchiaverna, facendo pesare conoscenze nella criminalità e rimediando l’aggravante mafiosa. «Io ero preoccupato perché qualcuno stava minacciando anche la mia fidanzata» ha spiegato ieri Macchiaverna incalzato dal procuratore aggiunto dell’antimafia di Bologna, Francesco Caleca. «Gibertini mi chiamò e disse se ci potevamo vedere per un caffè ma fuori dal mio ufficio perché aveva paura delle microspie – racconta Macchiaverna – già lì mi misi in agitazione. Gli dissi del fatto di Iembo e poi delle minacce alla mia fidanzata: non capivo perché tirassero in mezzo lei e la sua attività». Il dubbio è che ci fosse lo zampino della criminalità calabrese. «Gibertini mi disse quella frase che mi ricorderò per sempre: “Sai questi sono cinghiali... sono come Equitalia, quando ti trovano non ti mollano più”». Poi «sicuramente mi disse che per mettere a posto la cosa servivano soldi, per far lasciare in pace la mia compagna. Gibertini asseriva di sapere della questione e che per quella gente non era stata una buona pubblicità. Serviva un po’ di denaro quindi. Io da lì gli ho detto di fermarsi e capito il ginepraio sono andato direttamente dai carabinieri, dove ho raccontato tutto al colonnello Dimichino».

Iembo dopo il sequestro era stato subito arrestato senza opporre resistenza. Macchiaverna era poi partito per un viaggio di venti giorni con la fidanzata di Rubiera, ma al ritorno la ragazza – un’ex modella – aveva cominciato a ricevere telefonate minatorie: «Le dicevano che io dovevo fare il bravo ma non capivo cosa significasse, perché Iembo non era stato arrestato per volontà mia e per di più in flagranza». —

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