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Affidi, difese contro lo Stato e la Regione

Enrico Lorenzo Tidona
Affidi, difese contro lo Stato e la Regione

Per il legale del sindaco Carletti il danno deriverebbe dalla campagna mediatica innescata dall'inchiesta sulla Val d’Enza

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Reggio Emilia. C’è chi contesta gli enti pubblici che chiedono i danni ai “loro” ex assistenti sociali, ci sono imputati che chiedono che in caso di condanna a pagare siano proprio gli stessi enti pubblici in quanto ex datori di lavoro e così via. Senza scordare la selva di associazioni che hanno fatto richiesta di insinuarsi nel processo. È solo la terza giornata di udienza preliminare ma basta per far capire che il processo per i presunti affidi illeciti della Val d’Enza sarà una battaglia giuridica unica, che richiederà anche uno sforzo nello smistamento delle istanze che si stanno accavallando. Basti pensare che le richieste di costituzione di parte civile sono quasi un sessantina, con uno scontro al vertice che ieri ha rubato la scena agli altri.

PROCESSO MEDIATICO

L’eccezione cardine presentata ieri va contro il ministero della Giustizia e la Regione Emilia-Romagna, presenti come parte offesa nel processo Angeli e Demoni, ma che non avrebbero titolo per costituirsi parti civili. Questo perché i danni che sostengono di aver subìto e per cui potrebbero avanzare risarcimenti, non derivano dai fatti oggetto del procedimento ma dalla “campagna mediatica” che li ha accompagnati.

Si tratta di un’eccezione con vasta risonanza perché presentata ieri al giudice Dario De Luca dagli avvocati difensori del sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, Giovanni Tarquini e Vittorio Manes. Il processo in corso a porte chiuse nel tribunale di Reggio, si è infatti concentrato ieri su repliche e controrepliche tra difese e parti civili: una battaglia legale durata circa sette ore.

LA DEFORMAZIONE

«C’è stata una deformazione dal punto di vista mediatico rispetto a fatti tecnicamente molto misurati ai contenuti», ha detto l’avvocato Tarquini fuori dall’aula di Reggio. «Questa deformazione – ha aggiunto – interrompe secondo noi il collegamento diretto fra asserito danno e fatto contestato».

Già all’indomani dell’inchiesta, ricorda il legale, «il procuratore capo di Reggio era intervenuto a smentire che fosse perseguito un “sistema”, ma solo fatti specifici».

Alla sbarra nel processo ci sono in tutto 24 imputati, fra i quali l’ex responsabile dei Servizi sociali della Val d’Enza Federica Anghinolfi e lo psicoterapeuta Tommaso Foti, incaricato delle terapie psicologiche dei minori, di cui si contesta l’illecito allontanamento dalle famiglie naturali, che nella tesi accusatoria della procura sarebbe avvenuto con rapporti degli assistenti sociali artefatti, per rappresentare presunti abusi o maltrattamenti.

il nodo ASSOCIAZIONI

A finire ieri nel mirino degli avvocati sono state le associazioni a tutela dell’infanzia che, in almeno sei casi, sarebbero nate o diventate “operative” solo dopo i fatti da accertare nel processo. E pertanto, sostengono i legali, non avrebbero subìto alcun danno per cui chiedere un eventuale risarcimento. Oppure, pur avendo nomi suggestivi (una si chiama come il processo: “Angeli e Demoni”) reclamerebbero indennizzi per reati che violano diritti che non compaiono come da tutelare nei loro statuti. E ancora, operano in territori slegati da quello reggiano dove i presunti reati sono stati commessi, come spiegato ieri dall’avvocato reggiano Liborio Cataliotti, che assiste Daniela Scrittore, responsabile delle politiche familiari del Comune di Reggio Emilia, poi spostata.

LA REPLICA

Accuse spedite al mittente dagli avvocati delle associazioni che, come nel caso di “Bon’t worry”, associazione contro la violenza sulle donne, fanno sapere: «Ci siamo sempre stati in difesa dei più fragili, come anche i bambini». Per l’avvocato Franco Mazza, che difende gli operatori dell’Ausl di Reggio coinvolti nell’inchiesta «si sta tentando di depurare il processo da qualcosa che magari era arrivato in eccesso».

IL COLPO DI SCENA

Il 28 gennaio il gup dovrà pronunciarsi anche sull’eccezione, sollevata nei mesi scorsi, relativa alla «composizione e completezza del fascicolo di indagine». In chiusura l’avvocato Oliviero Mazza ha presentato un quesito di legittimità costituzionale, chiedendo appunto che l’imputato condannato possa farsi mallevare dai danni facendoli ricadere sull’ente pubblico di appartenenza. —

Enrico Lorenzo Tidona

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