Gazzetta di Reggio

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LE DICHIARAZIONI SPONTANEE 

Arringa show di Amato contro i magistrati

dall’inviato ; Tiziano Soresina
Arringa show di Amato contro i magistrati

IL 57enne che creò il panico alle Poste di Pieve Modolena «Le toghe sono la vergogna del presidente Mattarella»

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dall’inviato

BOLOGNA. L’ultimo scampolo di udienza, di circa un’ora prima del ritiro in camera di consiglio dei giudici, “regala” in mattinata nell’aula-bunker un colpo di scena procedurale, ma anche le immancabili parole sopra le righe di Francesco Amato che, con altri quattro imputati, sfrutta il diritto previsto per legge di “dichiarazioni spontanee” .

Sono oltre una ventina gli imputati detenuti collegati in videoconferenza dalle rispettive strutture carcerarie, fra questi c’è Gianluigi Sarcone – una delle figure di punta di questo processo – che dal carcere di Viterbo ascolta con le sue orecchie la svolta giudiziaria che lo riguarda.

Infatti il presidente Alberto Pederiali, con ordinanza, stralcia proprio la posizione di Sarcone.

Alla base c’è quanto accaduto in precedenza, cioè la ricusazione di un membro del collegio giudicante – il magistrato Giuditta Silvestrini – da parte degli avvocati Stefano Vezzadini e Valerio Vianello Accorretti, che difendono appunto Sarcone. La ricusazione riguarda il fatto che il giudice Silvestrini ha fatto parte della Corte che in Appello ha condannato Pasquale Brescia per l’invio di una lettera al sindaco di Reggio Emilia e, per la difesa, in quel procedimento si sarebbe pronunciata incidentalmente pure su Sarcone. Una mossa difensiva partita a marzo, ma la ricusazione era stata giudicata inammissibile per questioni procedurali dalla Corte. A quel punto i due legali avevano presentato il ricorso in Cassazione e, com’è emerso nell’udienza scorsa, la Suprema Corte ha annullato il provvedimento, rimettendo tutto in discussione (tecnicamente “annullamento con rinvio”). Ma non si conoscono ancora le motivazioni di questa decisione della Cassazione che potrebbe aver toccato non solo l’aspetto procedurale, entrando pure nel merito. Di fronte a una situazione giuridica simile, ieri la Corte ha perciò rinviato a un separato giudizio la posizione di Sarcone che, dal prossimo 11 gennaio, sarà processato ma da un collegio giudicante d’appello composto diversamente.

Letta l’ordinanza, il presidente Pederiali dà il via agli interventi degli imputati, tutti in videoconferenza, perché in aula degli oltre cento accusati c’è solamente Mario Cannizzo (carabiniere in pensione) che però non parla, visto che le sue dichiarazioni le ha presentate in forma scritta attraverso i suoi difensori, vale a dire gli avvocati Giovanni Tarquini e Carmine Migale.

E ad aprire le “dichiarazioni spontanee” è un aggressivo Francesco Amato: «Mi si accusa da parte della Cicernia (è uno dei sostituti pg del processo, ndr) di essere andato alle Poste di Pieve Modolena (dove nel 2018 tenne sotto scacco per ore alcune persone, ndr) per dimostrare a Reggio Emilia il mio potere. È falso e ho liberato gli ostaggi solo dopo la telefonata del giudice Cristina Beretti che ora è presidente del tribunale, facendo leva sulla sua simpatia e onestà».

Poi la virata rabbiosa, improvvisa, rivolta a tutta una serie di magistrati con cui Amato ha avuto a che fare in Aemilia (Francesco Caruso, Cristina Beretti, Marco Mescolini, Beatrice Ronchi e Lucia Musti) tuonando: «Sono la vergogna del presidente della Repubblica Mattarella!». Ma riesce solo a finire la frase, perché il presidente Pederiali lo stoppa e toglie il collegamento dal carcere di Terni dove Amato è recluso.

A quel punto dal carcere dell’Aquila prende la parola Michele Bolognino, altro imputato di primo piano di questo procedimento. Si è preparato la sua difesa in extremis, legge dai fogli che ha in mano. Chiede oggettività di giudizio nei suoi confronti da parte della Corte, rimarca che non c’entra nulla e se la prende con i pentiti che, a suo parere, per evitare la galera, hanno scaricato la colpa su altri. «Mi auguro serenità nella decisione» è la conclusione di Bolognino.

Si proclama innocente, ma dal carcere di Nuoro, anche il fratello, cioè Sergio Bolognino. Sottolinea che, in passato, quando era colpevole l’ha sempre ammesso, ma stavolta ritiene di non avere responsabilità: «Non me le posso assumere, sono estraneo, oltretutto in questioni di mafia».

Tanto lavoro, onestà, sete di giustizia: sono i cardini delle dichiarazioni di Antonio Muto (classe 1971) dal carcere di Frosinone: «Dal 1987 sono nell’autotrasporto, nel 1997 la scelta di venire in Emilia a cercare fortuna, da tre generazioni la mia famiglia è sulle strade, rischiamo la vita, lavoriamo duramente dalle 4 di mattina. Non ho mai partecipato a qualcosa di illecito e l’unico imputato con cui ho avuto rapporti è Giuseppe Giglio (ora collaboratore di giustizia, ndr) ma era inevitabile, nel 2011-2012 era leader negli autotrasporti. Ho fatto dei viaggi, trasportato merce preoccupandomi che arrivasse sana a destinazione e poi sono stato pagato. Tutto qua, delle truffe non sapevo nulla. Chiedo giustizia – termina – so di essere innocente» .

Ma c’è una sorta di gran finale, perché chiede di prendere la parola Alfredo Amato dal carcere di Teramo. Inevitabile che ritorni sull’incandescente presa di posizione del fratello Francesco Amato: «Ha problemi di testa, sono dieci anni che non parlo con lui. Secondo voi una persona normale sarebbe andata alle Poste per sequestrare delle persone? Perché le sue capacità mentali non sono mai state valutate da uno psichiatra? Comunque la sua non è cattiveria nei confronti dei magistrati, non minaccia, è il suo carattere ed è solamente arrabbiato perché non c’entriamo, eppure ci troviamo in questa situazione. Ho fatto vent’anni di galera, ho pagato sino all’ultimo giorno di carcere – conclude Alfredo Amato – ma non c’entro con queste vicende».

È l’ultimo atto del dibattimento, ora manca solo la sentenza. —

Tiziano Soresina

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