Esportazioni casearie in calo dopo dieci anni
reggio emilia. Dopo un decennio in continua crescita si arrestano le esportazioni casearie italiane.
Nei primi mesi del 2020, spiega un’analisi di Assolatte, i volumi rimangono pressoché invariati (+0,6 per cento) ma il valore è calato di quasi il 4 per cento. Una flessione avvertita già a settembre (con un -7 per cento in valore rispetto al 2019), dovuta a tre fattori che hanno caratterizzato quest’anno: i dazi Usa, il rallentamento degli scambi causato dalla pandemia e il calo delle quotazioni dell’8,4 per cento per Parmigiano Reggiano e Grana Padano. Guardando alle categorie scendono i volumi di Pecorino (-23,2 per cento), Asiago e simili (-16,2 per cento). In controtendenza i freschi (+10,8 per cento in volume e +8,4 per cento in valore) e il Gorgonzola (+3,1 per cento in volume e +1,1 per cento in valore).
Quanto alle destinazioni l’analisi di Assolatte conferma l’Ue come punto di riferimento degli esportatori italiani, escluso il mercato spagnolo, mentre continuano a mandare segnali negativi Stati Uniti e Giappone. Decisamente migliori le performance in Cina, che solo a settembre ha registrato un aumento degli ordini del 37,6 per cento (+43,9 per cento in valore).
«Il calo che subiamo è un brutto segnale sul quale avviare un’immediata riflessione – commenta il presidente di Assolatte, Paolo Zanetti – l’export caseario coinvolge oltre il 40 per cento dei volumi delle nostre produzioni. Un’inversione del trend positivo degli ultimi anni avrebbe un effetto catastrofico per l’industria casearia e per la filiera latte». Basti pensare che il canale Horeca in Italia, «assorbiva il 30 per cento dei nostri formaggi, una situazione che ha messo tutti in grave difficoltà e ha pregiudicato la sopravvivenza di molte realtà produttive». —
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