Il vescovo di Reggio detta le condizioni «Tutto in 90 giorni»
Il commento di Camisasca sulla situazione nelle ex Officine «Ho girato quasi tutto il mondo, mai visto un degrado così»
reggio emilia. Quelle del vescovo di Reggio Emilia non sono solo le parole di un uomo di Chiesa. Hanno il peso – volontariamente o meno – del discorso di un amministratore pubblico, assumono un significato politico, dettano le «condizioni». E fungono da spinta propulsiva, e probabilmente anche da collante, per tutte le forze in campo nel progetto di riqualificazione delle ex Officine Reggiane.
Massimo Camisasca, che già in passato ha dimostrato di avere particolarmente a cuore la situazione di degrado e disagio fra i capannoni di Santa Croce, nel raccontare il ruolo della sua diocesi all’interno del protocollo non usa metafore o giri di parole. E parte dal principio: «Prima di venire a Reggio Emilia sapevo delle Reggiane, del degrado, dell’importanza che avevano avuto nella storia della città. È un dato nazionale di conoscenza storica. Ma una volta qui mi sono reso conto che quella storia era tramontata e che il tramonto era drammatico. Sono stato accostato alle ex Officine dal diacono Braghiroli e da don Simonazzi».
Il primo «è un angelo che assiste un’infinità di persone ed è lui che mi ha proposto di celebrare la messa alle Reggiane. Così come decisivo è stato anche Simonazzi. Sono entrato in quei capannoni come Chiesa per incontrare le persone che vi abitano e ho trovato una realtà a doppia faccia. C’era chi mi voleva incontrare, altri che pregavano e con cui era possibile parlare, ma questo è solo un aspetto. L’altro è il degrado immenso, il più spavento che ho visto, e ho visitato quasi tutto il mondo. E mi sono reso conto che oltre a un mondo stabile ce n’era uno fluttuane legato allo spaccio e alla delinquenza».
Una situazione che «doveva essere affrontata». Inizia quindi il ruolo più “civile” del vescovo e le discussioni con il mondo laico reggiano per spingere a un intervento risolutivo: «Ne ho parlato con tutti i prefetti, con tutti i questori, con tutti i dirigenti della polizia, con il sindaco e gli assessori dicendo loro che dovevamo assolutamente intervenire in quel luogo dove c’è solitudine e delinquenza». A tutto questo, prosegue Camisasca, «si mischia il sentimento di impotenza di chi entra e scopre l’immensità delle Reggiane. Qualcosa è già stato fatto ma non pensiamo che la riqualificazione possa avere una soluzione dietro l’angolo: si tratta di anni di lavoro, di capitali immensi, di volontà ferrea. E oggi stiamo dicendo due cose: la vita lì non è dignitosa, non sono dignitosi quelli spazi e non è umano viverci. Dobbiamo aiutare le persone a uscire. Come città e come Chiesa non possiamo essere indifferenti a ciò che accade giorno e notte a pochi metri dalla vita quotidiana».
Un intervento che tuttavia non può essere indiscriminato: «C’è chi può essere aiutato con l’educazione e l’istruzione e può e vuole essere inserito – prosegue il vescovo – e chi invece per altri motivi, per esempio penali, non può essere recuperato o non può essere recuperato qui. Ma io ho posto una condizione alla partecipazione convinta della Diocesi a questo progetto, e cioè che l’intervento coordinato degli enti coinvolti deve prevedere una tempistica certa per assicurare alle persone un’accoglienza dignitosa: entro 90 giorni, tre mesi, dobbiamo trovare delle sistemazioni adeguata e dovrà essere ripulita l’intera area, cioè messa in sicurezza con la chiusura dei capannoni». Non appena «una persona lascia le Reggiane», infatti, «ci sono contendenti in tutta Italia per prendere il suo posto. Dobbiamo garantire una sorveglianza costante». —
Leonardo Grilli
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