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«L’impianto accusatorio è confermato»

Ambra Prati
«L’impianto accusatorio è confermato»

Mescolini sulla sentenza in Appello: «L’alleggerimento delle pene? È dovuto a un mutamento nella legge antimafia»

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Ambra Prati

REGGIO EMILIA. «Una conferma totale dell’impianto accusatorio». È questa la lettura del procuratore capo di Reggio Emilia, Marco Mescolini, a proposito della sentenza pronunciata giovedì scorso dalla Corte d’Appello sul maxiprocesso Aemilia. Prima di diventare procuratore capo a Reggio Emilia, Mescolini è stato uno dei due pm della Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna che ha rappresentato l’accusa durante il processo di primo grado. La sentenza della corte d’Appello sta facendo discutere e sta dividendo gli operatori del diritto: c’è chi ritiene che si sia trattato di una sostanziale conferma dell’impianto emerso al primo grado di giudizio, al netto degli sconti notevoli di pena, e chi ha invece ravvisa un maggiore equilibrio.

«Di recente – spiega Mescolini – la Cassazione ha cambiato l’interpretazione dell’articolo 7 della legge antimafia sull’aggravante legata all’associazione a delinquere, perciò qualsiasi delitto, in particolare quelli di natura fiscale, va in diminuzione e può finire in prescrizione». Il riferimento è all’attuale articolo 416 bis punto 1 del Codice Penale, sul quale il 19 dicembre 2019 si sono pronunciate le Sezioni Unite della Cassazione, definendo l’aggravante della finalità mafiosa non più una circostanza oggettiva, che si applica a tutti i concorrenti, bensì un’aggravante soggettiva da valutare caso per caso.

«L’alleggerimento delle pene in Appello è dovuto a questo mutamento nella giurisprudenza – conclude il procuratore – Ma il cuore dell’impianto resta il medesimo. I condannati per 416 bis (associazione mafiosa, ndr) sono stati tutti confermati, tranne tre imputati».

Dello stesso parere Cgil, Cisl e Uil di Reggio Emilia, di Modena e dell’Emilia-Romagna, che hanno espresso «grande soddisfazione per la sentenza di Appello, dove viene sostanzialmente confermato l’impianto accusatorio e il giudizio di primo grado relativo all’azione messa in atto dalla associazione mafiosa che ha colpito la società emiliano romagnola, da cui è scaturito il più grande processo italiano alla ‘ndrangheta e nel quale ci siamo costituiti come parti civili». Per i sindacati, «la riduzione di alcune pene o le prescrizioni erano attese dopo la pronuncia della Corte di Cassazione sull’aggravante mafiosa e nulla modificano circa la gravità dei fatti di reato accertati nel processo». E ancora: «Assume notevole rilievo la conferma dei risarcimenti dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti dalle organizzazioni sindacali, decisi nel primo grado di giudizio. Le recenti indagini, ma anche le numerose interdittive antimafia emesse nella nostra regione, dimostrano che la criminalità organizzata sta affinando i propri strumenti di infiltrazione nelle attività economiche. Come Cgil, Cisl e Uil siamo in prima linea nel contrasto a questi drammatici fenomeni». La sentenza è definita «una conferma della solidità e della correttezza» dal gruppo Mauro Rostagno Agende Rosse di Modena, che esprime però «amarezza per il non riconoscimento dei reati ambientali e dei danni ad essi collegati, ascrivibili al periodo post sisma. Se alcuni di questi comportamenti sono stati per ora assolti dalla magistratura giudicante, non verranno invece dimenticati». Dal gruppo consiliare Lega Salvini Premier Reggio Emilia è arrivata «un sentito ringraziamento alle forze dell'ordine e alla magistratura per il grande lavoro svolto nell’inchiesta Aemilia, confermato dalle sentenze di Appello che hanno portato a ben 700 anni di condanna per 91 imputati». —

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