Confiscati ad Antonio Muto beni per dieci milioni e mezzo
Il tribunale di Bologna ha trasformato il sequestro disposto nell’ottobre 2019 Domani è l’ultimo giorno utile alla difesa per presentare un nuovo ricorso
Ambra Prati
REGGIO EMILIA. Si è trasformato in confisca il sequestro dei beni, mobili e immobili per un valore di dieci milioni e mezzo di euro, a carico di Antonio Muto (classe 1955) anni, detenuto in carcere ad Ancona dopo essere stato condannato nel processo Aemilia a 12 anni di reclusione, ridotti in Appello giovedì scorso a 10 anni e 8 mesi.
La Dia (direzione investigativa antimafia) di Bologna ha confiscato 75 immobili tra case, capannoni industriali e terreni – tra cui una villetta di pregio in città –, 13 auto, una società immobiliare e vari conti bancari, situati tra la nostra regione e la Calabria, riconducibili a Muto, ai suoi cinque figli, alla moglie e ad altri familiari. Insieme alla confisca, il tribunale di Bologna ha anche disposto la misura della sorveglianza speciale per la durata di cinque anni, che verrà eseguita dopo l’espiazione della pena in carcere. «Il provvedimento segue la misura di prevenzione che il Tribunale di Bologna aveva disposto il 17 ottobre 2019, per poi disporre la confisca l’11 dicembre scorso, vale a dire sei giorni prima della sentenza d’Appello – ha spiegato l’avvocato difensore Maurizio Barca del Foro di Roma, che segue la vicenda patrimoniale insieme al collega reggiano Giovanni Tarquini – Ora è una corsa contro il tempo poiché l’ultima data utile per presentare ricorso avverso la confisca è il 21 dicembre, domani. Entro quel termine depositeremo le nostre conclusioni poiché, in base all’analisi tecnico fiscale del consulente della difesa Antonello Di Iorio, la sproporzione tra redditi e tenore di vita sarebbe alquanto inferiore rispetto al calcolo della Dia. Muto ha fatto per 40 anni l’imprenditore edile a Reggio e i diversi immobili sono il frutto della lunga attività di impresa».
Di diverso avviso la Dia, secondo la quale Antonio Muto, 65 anni, nato a Cutro e trasferitosi a Reggio nel 1977, è stato arrestato nell’operazione Aemilia del 2015 con l’accusa di aver fatto parte della ’ndrangheta emiliana, storicamente legata alla cosca del boss Nicolino Grande Aracri.
A lui, secondo le sentenze, sarebbe stato affidato il raccordo fra il gruppo criminale con il mondo della politica locale, che ha rappresentato uno degli snodi fondamentali per la ramificazione della ’ndrangheta emiliana.
Nell’ambito della controffensiva mediatica e politica, al fine di contrastare le interdittive antimafia emanate dal prefetto dell’epoca Antonella De Miro, Antonio Muto avrebbe partecipato a una riunione, avvenuta nel gennaio 2012 negli uffici del “capo” Nicolino Sarcone, alla presenza di Alfonso Paolini e Giuseppe Iaquinta, durante la quale fu stipulato un patto per salvaguardare le iniziative economiche della consorteria. —
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