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SAN POLO 

Ritorna a splendere a Pontenovo la chiesa voluta da Prospero Curti

Daniela Aliu
Ritorna a splendere a Pontenovo la chiesa voluta da Prospero Curti

L’opera finanziata dai discendenti dell’allora vescovo Allo studio Gasparini il progetto, la direzione lavori e artistica

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SAN POLO. Ritorna a splendere la chiesa di Pontenovo, il santuario più amato dei sampolesi, che ha visto un totale restauro della facciata principale. Il progetto della chiesa, promosso nel 1860 dall’allora vescovo Prospero Curti e da Carlo Sartori, trova così compimento: la facciata principale, infatti, rimase incompiuta da allora. Il completamento è stato reso possibile dalla donazione di parte dei discendenti del vescovo Curti, che si sono impegnati a sostenere la spesa del restauro.

È un recupero del patrimonio storico locale importante per San Polo e i suoi cittadini che insegna l’amore per la città e il suo patrimonio storico. La storia della chiesa di Pontenovo parla di oltre 400 anni di devozione mariana.

La storia

Tutto ebbe inizio nei primi anni del Cinquecento, con l’edificazione di un “pilastro” eretto in onore della Madonna che viene poi trasformato in un piccolo oratorio. Tra Seicento e Settecento, i miracoli che la voce popolare attribuiva all’oratorio di Pontenovo, fanno sì che numerosi pellegrini, per riconoscenza per grazie ricevute, comincino a elargire generosamente. Le cronache settecentesche ricordano come all’interno dell’oratorio in quell’epoca i muri fossero letteralmente tappezzati di ex voto in argento e di tavolette dipinte.

Nel 1860, comincia a maturare il progetto di costruzione di un grande santuario in sostituzione del piccolo oratorio barocco. L’idea di questa nuova chiesa trova la comunità favorevole, e in Carlo Sartori, Pietro Govi, Luigi Pattacini e soprattutto nell’allora don Prospero Curti (futuro vescovo) i concreti promotori del progetto stesso.

Don Curti era molto legato al piccolo santuario mariano sampolese, essendo cresciuto sotto il suo campanile e avendo iniziato il servizio all’altare proprio in quei luoghi, assistendo don Govi. Carlo Sartori, persona di spicco per la comunità sampolese, essendo anch’esso legato al santuario, promise di sostenerne la spesa di rifacimento. Don Curti avvia le ricerche per l’affidamento del progetto arrivando al famoso architetto umbro Giovanni Santini, che aveva quasi ultimato il santuario della Madonna di Montefalco a Spoleto.

Proseguono a singhiozzo i lavori nei primi del ‘900, pervenendo a fatica, nel 1965, al completamento della facciata, che resta però in parte incompiuta poiché semplicemente intonacata.

Il progetto tecnico

Al completamento della facciata della chiesa ha lavorato l’impresa locale Marmiroli srl. Il progetto, la direzione lavori e la direzione artistica sono stati seguiti dall’architetto Ilaria Gasparini e dallo studio Gasparini associati di Reggio con l’autorizzazione della Diocesi di Reggio Emilia e Guastalla e del ministero dei Beni culturali.

«Si tratta di una facciata a capanna la cui realizzazione si avvia intorno al 1860 su disegno dell’architetto Pietro Marchelli (concordando il progetto con il famoso architetto umbro Giovanni Santini) – ci spiega il direttore lavori Ilaria Gasparini –. L’obbiettivo primario era di trasformare l’antico oratorio seicentesco in un “maestoso Santuario”, che doveva replicare per forma e volume proprio quello di Spoleto. Il progetto è stato calibrato per pervenire a un riordino generale della facciata, le opere hanno previsto la rimozione dei soli intonaci ammalorati e in fase di distacco con spazzolatura delle superfici, la pulitura, la stuccatura delle fessurazioni, l’integrazione delle lacune di intonaco e interventi di generale riordino pittorico con caratterizzazione cromatica degli ordini architettonici mediante utilizzo di una bicromia che riprende quella del progetto originale ottocentesco. Sono in fase di ultimazione le opere di restauro del portone ligneo e in accordo con l’amministrazione comunale, si stanno valutando delle strategie di valorizzazione per l’illuminazione notturna del monumento». —

Daniela Aliu

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