Gazzetta di Reggio

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L?INDAGINE DELLE FIAMME GIALLE 

Finta beneficenza per non pagare i dazi sulle mascherine

Ambra Prati
Finta beneficenza per non pagare i dazi sulle mascherine

La speculazione scoperta dalla guardia di finanza di Reggio La ditta ha acquistato 230mila dispositivi per autoconsumo

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Ambra Prati

REGGIO EMILIA. Una nota azienda reggiana di componentistica industriale ha dichiarato che quell’acquisto di 230mila mascherine, comprate in Cina, era per beneficenza, ma era soltanto una scusa per non pagare i dazi doganali e le tasse italiane: in realtà le mascherine – metà di tipo chirurgico e metà FPP2 – erano destinate all’autoconsumo (per i numerosi dipendenti della stessa azienda) e per la rivendita, a un prezzo ribassato, a terze società.

Di fatto si è trattato di una speculazione a tutti gli effetti, secondo la guardia di finanza di Reggio Emilia, che al termine dell’accertamento su un fenomeno diffuso – quello dell’accaparramento delle mascherine per fare affari – ha denunciato il legale rappresentante dell’azienda, un 40enne, per il reato di contrabbando aggravato e falsità ideologica.

La scoperta del Nucleo di polizia economico-finanziaria risale alla fine del novembre scorso quando, durante un sopralluogo nella sede dell’azienda, sono state rinvenute 82mila mascherine: quel che rimaneva di un lotto ben maggiore che, secondo le dichiarazioni della ditta, sarebbe stato donato a organizzazioni o enti pubblici.

Un’affermazione verosimile, visto che quest’anno sono state numerose le donazioni di dispositivi di protezione individuale a ospedali o Rsa da parte di privati o associazioni di ogni tipo. Peccato che, come hanno accertato i finanzieri, quanto dichiarato era del tutto falso e finalizzato solamente a ottenere un regime fiscale agevolato.

Difatti lo scorso 3 aprile, in piena emergenza sanitaria, la Commissione europea per agevolare gli Stati membri ha stabilito che le importazioni di mascherine fossero esentate dal regime doganale e dalle tasse nazionali, purché fosse presente una specifica condizione: le importazioni devono essere effettuate direttamente da enti pubblici o da terzi per conto di enti enti pubblici o per beneficenza approvata dalle autorità. Invece, usando una fittizia autocertificazione, l’azienda nei mesi precedenti aveva comprato l’ingente quantitativo di mascherine per sé e per rivenderle, evadendo i dazi e l’Iva per un valore di 10mila euro. In un caso le Fiamme Gialle hanno addirittura provato una cessione ad altra ditta “in nero”, senza alcuna documentazione, per un valore di 25mila euro. Da qui la denuncia e il sequestro delle mascherine non ancora smerciate, che sono state ritirate dai finanzieri in quanto ritenute elemento probatorio per il procedimento penale che seguirà. —

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