«Se la stagione non riparte dal 7 le conseguenze saranno devastanti»
Tutti d’accorso gestori di impianti, maestri di sci e operatori «In caso contrario molte attività andranno a gambe all’aria»
Luca Tondelli
Ventasso. C’è un’attesa che sta diventando di ora in ora più fremente tra gli operatori del settore sciistico in tutta Italia in vista del 7 gennaio, data che era stata indicata come la probabile apertura della stagione, finora bloccata dalla pandemia. Stazioni tra le quali ci sono anche quelle dell’Appennino reggiano, dove per un paradosso che sa molto di beffa, quest’anno, molto più che nel recente passato, le piste sarebbero prontissime per ospitare gli appassionati vista la tanta neve arrivata.
Ma il 7 gennaio sarà davvero la data in cui gli appassionati potranno dare sfogo alle loro attese? Nei giorni scorsi era serpeggiata molta incertezza sul tema, con il Comitato tecnico scientifico che ha espresso critiche sull’ipotesi. Un fronte sul quale peraltro governo nazionale e presidenti delle Regioni appaiono ancora divisi. Ma uno slittamento ulteriore della riapertura potrebbe essere una mazzata definitiva per molti operatori del settore e dell’indotto che, peraltro prima di Natale, avevano manifestato per richiedere attenzione e garanzie sulla riapertura sotto la sede della Regione Emilia-Romagna, a Bologna.
Della situazione e dei rischi su uno slittamento ulteriore della stagione sciistica parla Marco Giannarelli, titolare e gestore degli impianti a Cerreto Laghi, principale stazione reggiana. «Devo dire che in realtà non abbiamo mai avuto una data per l’apertura degli impianti, finora avevamo solo un’indicazione sulla chiusura che doveva durare fino al 6 gennaio».
In questo periodo state comunque riuscendo a lavorare con gli atleti Fisi iscritti ai club?
«Le piste sono aperte per loro, ma parliamo di massimo 100 ragazzi al giorno, accolti con tutte le cautele e le indicazioni del caso che comprendono trasmissione dei nominativi alla Fisi, prenotazione anticipata, pista riservata, eccetera. Ma andiamo in rimessa».
Cosa potrebbe comportare uno slittamento ulteriore della riapertura?
«Se si protrae questa situazione non so quanto potremo resistere, noi come altri bar, ristoranti, alberghi che qui ora sono tutti chiusi. Ad oggi dal governo non è arrivata nessuna forma di ristoro e non è stata neanche prevista. Mi spiace molto dirlo ma mi pare che la montagna sia stata alquanto maltrattata: sembra si vogliano imputare ad essa gli aumenti dei contagi quando in realtà ci sarebbero le possibilità di aprire in piena sicurezza».
Su questo aspetto concorda pienamente anche Enrico Ferretti, maestro di sci a Cerreto: «Resto fiducioso che ci possa essere una riapertura il 7, anche se si sentono molte voci critiche. Le linee guida stilate dalle associazioni degli impianti a fune e dei maestri di sci hanno visto il parere favorevole di tutti i presidenti delle Regioni, ma pare che finora non fossero state accuratamente esaminate dal Comitato tecnico scientifico che pone problemi. Accanirsi con lo sci secondo me non ha senso: va benissimo cercare di arginare la pandemia ma ci sono occasioni di assembramento molto superiori in un qualsiasi centro commerciale».
Sarebbe quindi possibile sciare in sicurezza?
«Certo. Qui a Cerreto, ad esempio, abbiamo solo impianti di risalita aperti, per i quali avremmo previsto limiti di utilizzo, con mascherina, senza correre rischi. Già oggi abbiamo perso con le festività il 50% della stagione, e comunque aprire dal 7 gennaio porrà delle difficoltà, anche se molto inferiori ai grandi comparti alpini, sull’assunzione di stagionali e sull’intercettare un flusso turistico che non potrà ovviamente essere di prenotazioni e soggiorni lunghi, ma solo di passaggio. Credo che se slitterà ancora l’apertura molte attività andranno a gambe all’aria, e non parliamo solo di operatori degli impianti, ristoranti, alberghi, ma anche dei fornitori che in questo periodo vedono consistenti cali di fatturato perché la stagione turistica è inesistente».
Sulla stessa linea anche Alessandro Zampolini, storico operatore commerciale cerretano con un negozio di articoli sportivi: «Vedere le nostre piste che quest’anno sono perfette, senza poter aprire agli appassionati, è una grande tristezza. Se l’apertura sarà ritardata, sarà un disastro, ma sarà anche un’assurdità. Per sciare bisogna essere completamente “bardati”, tra tuta, casco, guanti, se si aggiunge la mascherina pensare di trasmettere il virus è veramente difficile, basterebbe qualche minima precauzione sugli impianti. D’accordo le indicazioni contro la pandemia, ma non possiamo non morire di Covid per poi morire di conseguenze economiche devastanti. Perché, sia chiaro, qui cerchiamo di lavorare bene anche sulla primavera-estate ma queste stagioni non possono sostituire la neve. Dietro ogni attività chiusa ci sono famiglie, addetti, fornitori che vivono una crisi durissima, non si possono avere atteggiamenti pavidi o prevenuti verso la montagna. Chi decide forse non conosce bene questi territori». —
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