Dal sequestro Finco a Bellini Carcere e guai con la giustizia
REGGIO EMILIA. «Sembra che se parli bene della gente dicono che sei bravo; se parli bene, ma prendi le difese dei poveri sei comunista. Come se fosse un reato essere comunisti». Così don Ercole Artoni scriveva nel libro “Lo scomodo prete reggiano si racconta”, pubblicato da “A mente libera” nel 2010 in occasione delle ottanta candeline. Un racconto a ruota libera, voluto (senza editing) dai suoi collaboratori della Papa Giovanni proprio per lasciare testimonianza della vita controversa del “prete scomodo”, definizione coniata dal sindaco Ugo Benassi per bollare quel «don che ne ha per tutti», che non lesinava critiche in primis alla Chiesa. Una lettura mai prudente, dove il sacerdote incrocia sequestratori, brigatisti, Gladio e Bellini. «Nel novembre del 1959 mi chiedono di seguire a Roma un corso di tre mesi l’anno sul marxismo e io accetto. Stavamo in una bella villa di gesuiti a Grottaferrata, studiavamo per sette ore al giorno, nel programma si toccavano discipline come il marxismo, la filosofia e le teorie orientali. Ci siamo sempre chiesti chi fossero i benefattori del corso», poi smantellato per mancanza di fondi. «Solo più tardi, e dalla cronaca, imparammo che eravamo stati al servizio di Gladio. Infatti ogni mese un gesuita raccoglieva le relazioni, sui comunisti e non solo: era, lo imparammo dopo, un modo per tenere tutto sotto controllo». Don Ercole è stato anche liberatore di un rapito: è il “caso Finco”. «Il 22 maggio ricevetti una telefonata alle 5 del mattino. Era un ex detenuto che conoscevo bene» e che confida a don Ercole di essere il guardiano di un adolescente sequestrato a Padova, Alberto Finco. Ma il confidente non vuole indicare il luogo: perciò don Ercole decide di fare da solo, semina i poliziotti, arriva al Lido delle Nazioni. «Arrivati alla prigione troviamo questo ragazzo di 16 anni alto 1.80 incatenato al muro, disidratato e affamato». Finco morì sette anni dopo in un incidente stradale. «Sono Da Silva Roberto di San Paolo del Brasile, venga a trovarmi». È questa invece la lettera, inviata dal carcere di Firenze, da Paolo Bellini, la Primula Nera. «Dopo il primo incontro (Bellini, ndr) insiste affinché torni a trovarlo. Ci torno solo una seconda volta. Poi il vice procuratore Tarquini inizia ad avere dubbi sulla reale identità di De Silva: sospetta che sia Bellini, ma non ha prove. Certo che io ne sappia di più, mi sottopone a ben quattro interrogatori di due ore l’uno durante i quali rilascio sempre la solita deposizione: “Sono andato a raccogliere la confessione di un detenuto che mi ha detto di chiamarsi De Silva Roberto”». Una vicenda per la quale don Ercole finì 29 giorni in carcere a Parma, per favoreggiamento. «Ero nel braccio dedicato ai brigatisti, sperando che mi piegassero e invece incontrai nuovi amici…». È lì che conosce il brigatista Prospero Gallinari. «Purtroppo negli anni ’60, lui come altri, ha imboccato la strada sbagliata». Sempre per favoreggiamento, don Ercole finì nei guai anche per lo stesso sequestro Finco, nel 1982, e poi finì in cella ancora con le accuse di truffa e peculato. —
Am.P.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google