«Un prete che fa toccare con mano la realtà sapendo dare speranza»
LA LETTERA
Carla Arati
“Reggio Emilia, 4 gennaio 2021, è morto Don Artoni, il prete scomodo...”, così titolano alcui giornali. Per noi “ragazzi” che nel ’78 avevamo diciotto anni è “mancato” un pezzo di vita, una figura alla quale abbiamo fatto riferimento, nel caos di quegli anni che portavano con sé tanta speranza ma anche tanta inquietudine. Per noi che abbiamo avuto il privilegio di averlo come insegnante di religione allo “Scaruffi”, ha significato avere una persona capace di attirarti, pur con modi burberi, ma anche capace di ascoltarti quando ce ne era bisogno.
Lo definirei un “adulto” alla nostra portata. Vorrei condividere un bellissimo aneddoto: una sera sperduti nella campagna di Mancasale, con un autista ancora alle prime armi, e una pentola di ragù (fatta da me) che rischiava di debordare ad ogni curva...
Arriviamo in un posto sperduto, in quella che sarebbe poi diventata la comunità Papa Giovanni XXIII, accolti da alcuni degli “ospiti” che iniziavano ad arrivare nella struttura da don Artoni per fare una “cena di classe alternativa”, così come l’aveva chiamata lui quando ce la propose. Ancora oggi mi risuonano nella mente le parole che ci siamo scambiati a cena, dapprima un po’ spaesati, ragazzini che iniziavano a comprendere che la vita può essere “diversa” al di fuori delle mura di casa, ma man mano che procedeva la serata ci si rendeva conto che stavi vivendo un momento di crescita e di condivisione che aveva il sapore della vita vera.
Questo, ma anche tanto altro, è stato per noi don Artoni. Quindi ben vengano i “preti scomodi” se ti fanno toccare con mano la realtà e ti accompagnano sulla strada di Cristo, quella vicina agli ultimi, a coloro che hanno bisogno di conforto e di una parola di speranza.
Grazie Don per esserci stato, ora che sei andato “avanti” come dicono gli alpini, veglia su di noi, in questo momento particolarmente difficile per tutti. Arrivederci... —
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