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«Tutto il giorno davanti al pc Ci manca la vita universitaria»

Matteo Castagnoli
«Tutto il giorno davanti al pc Ci manca la vita universitaria»

Studenti reggiani fuori sede a Milano: molti nell’incertezza sono tornati a casa  Le lezioni vanno avanti a distanza: «Ma così le motivazioni vengono meno»

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Matteo Castagnoli

REGGIO EMILIA. La pandemia – che ormai da quasi un anno ha trasformato in maniera talvolta anche radicale le vite, private e professionali, di ciascuno di noi – non ha risparmiato nessuno.

Nell’elenco di chi ancora oggi rimane sospeso tra un abbraccio mancato e l’incertezza del proprio avvenire, compare il sistema dell’istruzione nel suo complesso, compresi gli studenti universitari, di cui forse si parla troppo poco, ancora privati delle lezioni in presenza. E di una loro ulteriore sottocategoria: quella dei fuori sede.

REGGIANI FUORI SEDE

Si tratta di una fetta di giovani significativa: in Italia superano il milione e 700mila, stranieri compresi. Abbiamo così voluto farci raccontare da alcuni giovani reggiani fuori sede a Milano quali siano i principali scogli che quotidianamente – tra didattica a distanza, contratti d’affitto annullati e un futuro sempre più sfocato – si trovano ad affrontare in questo periodo.

Sono numerosi, infatti, anche a Reggio e provincia gli studenti che finite le superiori decidono di intraprendere una strada che li conduce lontano da casa, alla ricerca di nuovi stimoli personali e accademici. Hanno però molto spesso un comune denominatore: la meta, Milano.

Proprio qui, in una delle città maggiormente colpite dal virus, specie nella prima ondata, gravitano tanti ragazzi reggiani, tanto che si può parlare di piccole “colonie reggiane” nel capoluogo lombardo. Alcuni di loro arrivano ad affittare un appartamento solo tra reggiani, forse anche per sentire meno la mancanza di un erbazzone o di un piatto di cappelletti.

Ma dal febbraio scorso questa vita energica è stata frenata, con conseguenze importanti. «Della vita universitaria mi manca tutto: dal bar alle domande del prof, fino alle uscite con amici o alle giornate passate all’ombra dei chiostri. Manca alternare e fare stacchi: questo è importantissimo. A noi serve e fa bene. Alla nostra età le relazioni sociali sono fondamentali», racconta Martina Voltolini di Reggio Emilia, e studentessa al terzo anno di Economia alla Cattolica. Dalla sua voce giunge dunque un no secco all’ipotesi di “ibridazione” dei sistemi di didattica anche una volta finita l’emergenza, perché spiegano a loro volta le due coinquiline di Martina, Alice Fornaciari di Reggio e Margherita Riva di Quattro Castella – rispettivamente studentesse di Ingegneria biomedica al Politecnico e di Economia alla Cattolica – «quasi tutti i giorni si tengono al pc dalle sei alle otto ore di lezione, anche senza pause. Il risultato è che oltre alla stanchezza le motivazioni vengono meno».

Molto impegno, dunque, forse quasi più di prima e «purtroppo – continua Alice – sospendendo le attività in presenza, alcuni insegnamenti ne hanno risentito molto più di altri; credo che per alcuni corsi sia fondamentale un’integrazione pratica: nel mio caso ad esempio è molto utile vedere dal vivo protesi, materiali, circuiti. E ciò può essere molto svantaggioso per l’apprendimento».

PRO E CONTRO

Lo sottolinea anche un altro giovane studente fuori sede a Milano, da Quattro Castella, Filippo Dall’Asta, che frequenta il corso magistrale di Ingegneria biomedica in tecnologie elettroniche al Politecnico. Che racconta come questa situazione sia «molto monotona e alla lunga più stancante: anzi lo è di più rimanere nello stesso posto a fare una cosa piuttosto che cambiare posto per farne tante diverse. Almeno mentalmente è più snervante».

Ma, tolte le enormi debolezze di una simile didattica, un aspetto positivo lo si può trovare, per esempio, nella possibilità di prendere appunti in maniera più dettagliata e nel fatto che comunque le lezioni mantengono gli orari prestabiliti. A tal proposito Elia Ferretti, originario di Reggio e studente di Ingegneria chimica, racconta che «a livello psicologico non c’è stato un crollo di motivazione pesante anche nel semestre scorso. In realtà il trovarsi continuamente faccia a faccia con lo schermo dal quale seguire le lezioni, ha spinto ancora di più a mettersi sotto con lo studio, approfondire argomenti e apprendere nuove conoscenze».

E chiosa: «Ho imparato a programmare in Javascript, ad esempio». Ma poi conclude, come altri ragazzi interpellati, dicendo che è mancato molto l’aspetto pratico: nel suo caso il laboratorio di Chimica organica.

AFFITTI

Ad ogni modo, il vulnus che contraddistingue i fuori sede è quello relativo ai costi e ai contratti d’affitto. Infatti, se alcune università hanno messo in campo fondi specifici di sostegno economico per rispondere alle esigenze delle famiglie, non è invece sempre facile mediare con i locatori, per cui onde evitare spese superflue in molti decidono di interrompere anzitempo il contratto. Tanti gli studenti fuori sede che, per questo anno accademico, hanno rinunciato al trasferimento. E studiano e seguono le lezioni da casa.

È quello che hanno fatto, per esempio, Giulia Grassi da San Polo e Vittorio Benassi da Quattro Castella, entrambi studenti di Economia alla Cattolica, che hanno lasciato la casa in affitto per questi mesi di totale inutilizzo, con l’intenzione e la speranza di trovare una nuova sistemazione nei prossimi mesi, quando tra l’altro da curriculum è previsto lo svolgersi del tirocinio. Un altro problema da affrontare, in questo presente stravolto. —

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