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Studenti in piazza per tornare in aula «La scuola si-cura non si chiude»

Luciano Salsi
Studenti in piazza per tornare in aula «La scuola si-cura non si chiude»

Due proteste in programma, la prima è sabato al Chierici Avrà l’appoggio della Cgil ma molti docenti non aderiranno

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Luciano Salsi

REGGIO EMILIA. «La scuola si-cura non si chiude».

Con questo gioco di parole gli “Studenti autorganizzati” hanno indetto nella nostra città le manifestazioni per la riapertura delle aule nelle scuole superiori, che continuano la didattica a distanza su decisione della maggior parte dei governi regionali, compreso quello dell’Emilia-Romagna.

La prima è annunciata per sabato dalle 8 alle 13 davanti al liceo Chierici. Farà seguito venerdì 22 alle 16 un presidio in piazza Prampolini.

Vi parteciperanno gli adulti del movimento “Priorità alla scuola”, per conto del quale Davide Giardina scrive: «La scuola si fa in presenza e, siccome ci impediscono di entrare, allora la portiamo in piazza, proprio nel cuore della nostra Reggio. Vogliamo ricordare che la scuola è un diritto fondamentale, irrinunciabile, per la formazione di una società civile, consapevole, istruita, colta. Senza scuola non c’è futuro».

Tra le organizzazioni sindacali per ora soltanto la confederazione regionale della Cgil, non il corrispondente sindacato di categoria Flc (l’acronimo sta per Federazione dei lavoratori della conoscenza) aderisce ufficialmente a queste mobilitazioni studentesche, che si svolgeranno nelle principali città emiliano-romagnole a incominciare oggi da Bologna davanti alla sede della Regione.

GLI INSEGNANTI

Il corpo docente, infatti, è diviso e il diffuso timore del contagio aveva spinto altre sigle – precisamente Cisl, Snals e Sgb – a chiedere al Governo di rinviare la ripresa delle lezioni in presenza, inizialmente prevista per il 7 gennaio.

Anche nel convegno organizzato a Reggio dalla Flc alla fine di settembre erano emerse le differenze fra chi, come Giuseppe Caliceti, considera non-scuola quella digitalizzata, e chi vi vede una risorsa da valorizzare.

La Cgil, però, rappresenta tutti i lavoratori, compresi i molti che in famiglia ne ricavano più danni che benefici.

Il comunicato della confederazione regionale l’ha redatto e firmato insieme alla “Rete degli studenti medi dell’Emilia-Romagna”. «Sosteniamo – vi si legge – le giuste mobilitazioni di questi giorni di studenti, genitori, docenti. La scuola è la priorità, deve riaprire in sicurezza».

L’EMILIA-ROMAGNA

La nostra regione è fra quelle che s’erano meglio attrezzate per la riapertura, potenziando il trasporto pubblico e predisponendo gli orari degli istituti per l’ingresso scaglionato a turno di metà degli allievi. La nostra provincia brillava per la diligenza e la determinazione degli amministratori locali e dei dirigenti scolastici di mantenere l’impegno di riaprire almeno l’11 gennaio, la data prorogata dal Governo. Perciò la decisione di Stefano Bonaccini ha sorpreso molti.

La Cgil, peraltro, non lo nomina mentre lancia pesanti accuse: «Siamo ormai prossimi al primo anniversario della pandemia da Covid-19 e quindi il tempo non è mancato per organizzare e garantire, pur se in forme e con modalità diverse, la didattica in presenza. Quello che è mancato e continua a mancare è la volontà. Ci si è organizzati praticamente ovunque: nei luoghi di lavoro sia pubblici che privati, nell’erogazione di servizi pubblici e privati, e sono stati sottoscritti e condivisi protocolli, sistemi di screening e tracciamento. Tutto ciò evidentemente non è sufficiente a garantire, invece, la riapertura in presenza delle scuole superiori. Il che ci dice una cosa molto banale: la didattica a distanza è la via più breve e facile, perché consente di non affrontare i problemi che la scuola ha da anni, edilizia scolastica, classi pollaio, assunzioni, formazione. Così, mentre i luoghi della produzione e del consumo sono aperti, una parte significativa dei luoghi della cultura e dell’istruzione permangono chiusi».

Le conseguenze, secondo il sindacato, ricadono principalmente sulle famiglie disagiate, italiane e soprattutto straniere, i cui figli rischiano di scivolare dalla povertà materiale a quella culturale per l’aumento della dispersione scolastica. La didattica a distanza, a suo avviso, ha ampliato le distanze sociali fra chi ha case ampie, accoglienti e connesse e chi non le ha. Inoltre la riduzione o la totale assenza della socialità sta producendo danni pesanti e duraturi sui ragazzi. —

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