Gazzetta di Reggio

Reggio

Dopo il Vietnam mai così in tanti a manifestare contro la guerra

ANDREA MASTRANGELO

Trent’anni fa lavoratori e studenti si ritrovarono fianco a fianco nelle piazze Il no all’Italia invischiata in un conflitto accomunò le diverse generazioni

4 MINUTI DI LETTURA





la nostra storia

ANDREA MASTRANGELO

Non accadeva da anni, dal maggio del 1978 quando venne assassinato Aldo Moro. Quel pomeriggio tutta Reggio si riversò in strada per testimoniare il no al terrorismo. Nel gennaio del 1991 – giusto trent’anni fa – invece l’occupazione delle strade e delle piazze non durò un giorno solo; andò avanti per un’intera settimana, gettando semi che continuarono a dare frutti anche negli anni successivi.

Dall’estate del 1990 il mondo era in ansia per le sorti della pace dopo l’invasione del Kuwait per mano delle truppe di Saddam Hussein. L’ultimatum degli Stati Uniti non lasciava grandi margini di manovra: o ve ne andate o vi facciamo andare via noi, noi americani e i nostri alleati. E in quel noi ci stavamo anche noi italiani.

La realtà è che fino all’ultimo nessuno in Italia credette che si sarebbe davvero arrivati alla guerra; si pensava piuttosto a una soluzione di compromesso dell’ultimo momento. Ma non andò così.

La pace è sempre stata un tema caro ai reggiani, a prescindere dalla collocazione politica. Alla fine degli anni Sessanta le manifestazioni per la fine della guerra del Vietnam erano un affare quotidiano, con la sinistra spesso affiancata dal mondo cattolico. Un’imminente guerra nel Golfo, con l’Italia nel ruolo di protagonista, non poteva lasciare indifferenti, e Reggio Emilia rispose come sapeva fare.

Rispose con una serie di proteste imponenti, che portarono nuovamente in strada i lavoratori con accanto gli studenti, anzi proprio questi ultimi giocarono un ruolo importantissimo. Si cominciò l’11 gennaio in un’assemblea al cinema Cristallo, e tre giorni più tardi il primo enorme corteo sfilò lungo la via Emilia.

Intanto la macchina della guerra aveva acceso i motori e le piazze italiane, che in quel momento rappresentavano l’universo pacifista, calarono la carta della mobilitazione generale. Il 16 gennaio piazza della Vittoria e piazza Martiri vennero totalmente riempite dagli studenti, che diedero vita a un happening durato l’intera mattinata. Nella redazione della Gazzetta di Reggio – che allora aveva le finestre proprio sulla piazza – ci si interrogava su quale fosse il modo migliore per affrontare l’accaduto. Si decise di non perdere tempo a contare quanti fossero gli studenti e da quale parte politica provenissero; si fece invece un titolo a caratteri cubitali che da solo riassumeva tutta la giornata: “Pace, pace, pace”.

La richiesta di pace che proveniva da mezzo mondo non fu ascoltata e l’operazione Desert Storm iniziò nelle prime ore del 17 gennaio. Quella notte la rotativa della Gazzetta venne fermata per inserire la notizia dell’attacco ma alcune copie erano già partite per la distribuzione. Accadde così che al mattino si trovarono in circolazione due diverse versioni della Gazzetta di Reggio, con la stessa data.

Come andò a finire quella guerra ce lo dice la Storia. Annientato militarmente, Saddam rimase in sella, tanto che poi ci fu una seconda Guerra del Golfo, e ancora oggi l’Iraq è una bomba innescata nel Medio Oriente. Insomma, quella guerra non servì a niente. È falso anche dire che sia stata la prima guerra raccontata in diretta televisiva. Di quella guerra non si vide né un morto né una goccia di sangue, in diretta si videro soltanto le strisce lasciate nel cielo di Baghdad dalla contraerea irachena, con i giornalisti rinchiusi negli hotel. Si raccontò al mondo che era una guerra pulita e per la prima volta si usò l’espressione “bombe intelligenti”. Sulla loro intelligenza, però, si cominciò a dubitare subito.

Si vide insomma quello che i due schieramenti vollero far vedere: da un lato i prigionieri iracheni in fila, dall’altro un pilota navigatore italiano che, con un occhio pesto, dichiarava “my name is Cocciolone”. Fu solo con la guerra dei Balcani – quella sì raccontata dal vero – che il giornalismo si prese una rivincita.

Reggio Emilia non restò ferma. Le manifestazioni andarono avanti ancora per giorni. Un tardo pomeriggio venne organizzato anche un enorme coro, si usarono le fiaccole come simbolo di pace e le bandiere arcobaleno non mancarono mai, mentre la città si riempiva di soldati piazzati in tutti i punti a rischio. Le Poste – ed è solo un piccolo esempio – erano presidiate da poliziotti con le mitragliette al collo.

Non servì a nulla. La guerra terminò solo il 28 febbraio con la resa di Saddam, che continuò a governare l’Iraq a modo suo. Anche le mobilitazioni pacifiste italiane ripiegarono, venendo però ricordate come un’esperienza fondamentale, irripetibile. E infatti, nei trent’anni a seguire, non se ne sono più ripetute. —

© RIPRODUZIONE RISERVATA



Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google