Gazzetta di Reggio

Reggio

l’inchiesta “Camaleonte” 

Il clan dei Bolognino ha esportato Aemilia

E. L. T.
Il clan dei Bolognino ha esportato Aemilia

Pubblicate le motivazioni della sentenza emessa a Venezia «Filiazione locale veneta della medesima organizzazione»

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REGGIO EMILIA. «Tu devi fare quello che dico io. . . se non fai quello che dico io, ti spacco le gambe. . . ti spacco la testa... tu e quella puttana di tua moglie dovete lavorare per me e stare zitti». Quando Sergio Bolognino pronuncia queste parole – poi oggetto di denuncia – non fa più mistero delle sue intenzioni. Ha gettato la maschera per mostrare a un imprenditore veneto il suo vero volto di ’ndranghetista.

Un criminale che voleva imporre a diverse imprese tra Padova, Treviso e Venezia la legge del clan Bolognino. I fratelli Michele e Sergio – entrambi condannati in Aemilia – hanno cercato (spesso riuscendoci) di infiltrarsi in diverse imprese del nord-est d’Italia riciclando denaro sporco. E in Veneto hanno creato «un’espansione delle attività criminose qualificate dallo stigma di mafiosità propria della ’ndrangheta calabrese in Veneto», come scrivono i giudici del tribunale di Venezia nelle motivazioni della sentenza dell’inchiesta Camaleonte. Sentenza che certifica l’esportazione del modello criminale di Aemilia anche in Veneto.

L’inchiesta Camaleonte ha portato in primo grado condanne per 116 anni e confische per 15 milioni. Michele, ritenuto a capo dall’organizzazione e già condannato nel processo Aemilia, era stato condannato l’ottobre scorso a Venezia a 13 anni e 4 mesi.

Nelle motivazioni i giudici parlano di «estroflessione territoriale promanante dalla limitrofa regione emiliana». La natura mafiosa dell’organizzazione fa «capo all’organizzazione “madre” riferita al menzionato Grande Aracri Nicolino» e «risulta già in precedenza accertata con plurime pronunce giurisdizionali in giudicato, tutte indicate nello stesso tenore testuale esteso del capo d’imputazione dei procedimenti riferibili ad Aemilia e concernenti l’associazione di stampo mafioso. Quello che in questa sede processuale è stato richiesto accertare in modo puntuale e particolare è se parte degli associati all’organizzazione, la cui natura e operatività è già stata accertata, con sentenze definitive, in Emilia (e per alcuni tra gli attuali imputati, come Agostino Donato Clausi, Giulio Giglio, Giuseppe Richichi, in via definitiva anche come partecipazione individuale) abbiano dato vita a una filiazione locale veneta della medesima organizzazione». Fatti accertati, con presa in esame soprattutto delle violente estorsioni che hanno puntellato le province del nord, ricostruite dai giudici anche con una mappa. Reati anche societari che hanno visto la partecipazione di altri protagonisti di Aemilia come Gaetano Blasco, Alfonso Diletto e Gianni Floro Vito. —

E. L. T.

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