Fabbrico, il dottor Pedroni va in pensione: «Con rammarico e senza successori»
È stato medico di famiglia per 44 anni: «Futuro incerto per la medicina territoriale. Credo serva una riflessione»
FABBRICO. «Vado in pensione con un rammarico che è duplice: il più piccolo è che avrei continuato a lavorare per altri 4 o 5 anni. Il più grande è che non riusciamo a fare quel passaggio generazionale, fondamentalmente. Questo perché ci sono pochi formati per fare il medico di famiglia in rapporto al numero di quelli che vanno in pensione. In più questa professione incredibilmente non è più ambita dai giovani».
Il dottor Dante Pedroni lunedì compirà 70 anni. Per l’ultimo medico condotto (poi medico di famiglia) di Fabbrico, significa che inderogabilmente dovrà lasciare i suoi pazienti. Sabato la giunta, a nome della comunità, gli darà il giusto commiato. Ma guardando al futuro della medicina di prossimità, si dice preoccupato.
Perché dottore?
«Noi andiamo in pensione e veniamo sostituiti da giovani medici che hanno solo incarichi provvisori. Questo perché non hanno il titolo abilitativo, ma anche perché hanno scarso interesse per questa professione. Lo fanno solo per un periodo, in attesa della specialità: l’ottima ragazza che mi sostituirà vuole fare l’anestesista. Quindi rimarrà a Fabbrico solo il periodo in attesa del concorso».
Nel 1977, quando lei scelse di diventare medico condotto, le cose erano diverse?
«Io vengo da una storia assolutamente di scelta professionale. Sono molto amareggiato, non vedo continuità. E non riesco a immaginare una medicina territoriale del futuro. Nonostante se ne parli tanto, nonostante il Covid abbia dimostrato come sia fondamentale il rapporto con il medico di famiglia, questo andrà a scomparire. A mio modo di vedere, ciò merita una riflessione; dobbiamo vedere se è davvero quello che vogliamo».
Qual è il valore aggiunto di avere un medico di famiglia da oltre 40 anni, come è stato lei per i suoi pazienti?
«Quando si presenta un paziente, io non vedo una fotografia, ma un film: un film di lui piccolo, del suo papà, del nonno, dello zio. Entro in una storia di cui sono stato almeno partecipe per tanti anni dal punto di vista emozionale, interpersonale, affettivo, clinico. Io so se in quella casa c’è il diabete, neoplasie che si ripetono, particolari fragilità psicologiche. Io ho curato di varicella certi miei pazienti, i loro figli e poi i loro nipoti...».
Tutto questo rischia di perdersi?
«L’unica speranza è che la tecnologia sia tale da poter far sì che questo “film” si apra ogni qualvolta che ognuno di noi si presenterà in futuro davanti a un medico, con il quale per forza di cose il rapporto sarà più impersonale. Io non so se c’è da augurarselo o no, che la tecnologia sia in grado di farlo; di certo io ero legato al segreto professionale e al giuramento di Ippocrate, che è molto superiore anche a ogni legge sulla privacy. Io sono preoccupato perché vedo pochi medici fare il nostro lavoro. Fra quelli che lo fanno, tanti sperano nei vantaggi della dipendenza, ma è difficile che questo vada d’accordo con i rapporti di fiducia, gli orari, il fatto che ci siano tanti committenti con cui rapportarsi».
Cosa c’è di diverso con i giovani dei suoi tempi?
«Non nascondo che per noi fare il medico condotto poteva essere un punto di arrivo sociale, qualcosa di prestigioso. Quando sono arrivato io, un benefattore 100 anni prima aveva lasciato una villa Liberty per il medico condotto, con dietro una dépendance per il custode, che si occupava del cavallo, poi del giardino e dell’ambulatorio. Era un mondo totalmente diverso. Dovevi alzarti di notte, facevamo servizio 24 ore su 24. Era riconosciuto, sia dal medico che dal paziente, come un ruolo molto importante. Queste cose oggi sono sicuramente molto meno affascinanti».
Manca la vocazione per fare il medico di base?
«No, non penso sia una questione di mancanza di vocazione: forse oggi ci si innamora della medicina più dal punto di vista tecnologico».
Il suo ultimo anno di servizio è stato caratterizzato dal Covid. Come è stato?
«Purtroppo sì. E anche il mio rapporto con i pazienti ha dovuto distanziarsi. Però ho cercato di supplire con la reperibilità h24 via telefono, gli appuntamenti senza incontrare altri pazienti. Mantenendo tutte le norme igienico-sanitarie. Ma per tre mesi sono stato isolato in casa mia, per evitare rischi con i famigliari. Mentre tramite una chat dei medici del nucleo cure primarie della zona, di cui sono coordinatore, abbiamo condiviso casi, imparato quali erano i sintomi. Ci aiutavamo reciprocamente. Qui nella Bassa nel 2012 abbiamo avuto il terremoto. E anche allora è stato importante continuare a esserci. Siamo punti di riferimento, non paternalistici, ma di condivisione di vita. In questa emergenza ho avuto piacere di esserci, e se ci sarà bisogno ci sarò. La sintesi di tutto è che io non ho fatto il medico in questi 44 anni, io sono un medico. È una parte di me, non posso smettere se non quando morirò».
Cosa farà ora?
«Sono responsabile dell’Area della Cronicità e dei percorsi diagnostici terapeutici assistenziali dell’Ausl. Mi sono sempre interessato di promozione della salute. Mi dedicherò, a livello di libero professionista e di semivolontariato, alla Medicina preventiva, così negletta in questa epoca in cui il Covid sembra aver oscurato ogni nostra altra preoccupazione per la nostra salute». —
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