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«Io sono il comandante, io sono dio» Un agente: «Fabbiani lo diceva sempre»

Tiziano Soresina
«Io sono il comandante, io sono dio» Un agente: «Fabbiani lo diceva sempre»

Il testimone: «Ero sconcertato da un atteggiamento simile, all’inizio pensavo fosse una persona disponibile, invece...»

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Tiziano Soresina

montecchio. «Io sono il comandante, io sono dio». E ancora: «Io sono la vostra sorte, in questi anni ho mandato via un sacco di gente, ora tocca a voi due».

Chi parla in quel modo imperioso e pure minaccioso sarebbe Tito Fabbiani e queste frasi vengono riportate – in aula, dietro un paravento – da un agente sentito nell’ambito del sempre teso processo sullo scandalo che ha travolto la polizia locale dell’Unione Val d’Enza. Il testimone è legato sentimentalmente ad una collega (che con un filo di voce ha deposto dopo di lui) e spiega che entrambi erano finiti nel mirino dell’allora vicecomandante ora imputato. A tal punto che, insieme, erano andati a lamentarsi dal comandante (Cristina Caggiati, da tempo licenziata e pure lei sotto processo): «Ma vedevamo che le nostre relazioni verbali non portavano a nulla – rimarca il vigile – e allora abbiamo cominciato a mettere per iscritto certi episodi». Secondo l’agente i problemi con Fabbiani sono stati una sorta di crescendo rossiniano: «All’inizio mi ero illuso di avere a che fare con una persona disponibile, invece con il passare degli anni...». Racconta che pian piano ha cominciato a schivare le festicciole di compleanno al comando e le pizzate con i colleghi: «Fabbiani insisteva molto per quei ritrovi, ma non erano momenti di relax, si finiva sempre di parlare di lavoro e lui chiedeva informazioni sui colleghi». Poi, rispondendo sia alle domande della pm Valentina Salvi sia a quelle dei difensori (gli avvocati Giulio Garuti, Gabriele Riatti e Aniello Schettino) nonchè del legale di parte civile Ernesto D’Andrea, l’agente inanella una carrellata di situazioni vissute in quegli anni di lavoro. E l’argomento scottante è sempre Fabbiani: «Per quieto vivere dovevi essere sempre d’accordo con lui, altrimenti finiva ad umiliazioni pesanti e ne ho subite, sempre nel luogo di lavoro, molte volte anche davanti alla mia compagna che non interveniva per non avere conseguenze». Dice di essersi rifiutato di lavare le macchine di servizio o d’imbiancare un ufficio: «Mai fatto, non erano nelle mie mansioni». Torna sul fatto che Fabbiani si riteneva un dio: «Nel comando ha fatto anche cose buone, ma eravamo sconcertati da un atteggiamento simile, comunque non l’abbiamo mai segnalato per iscritto al comandante». Anche durante questa deposizione spunta la presenza, al comando, della piccola nata dall’unione fra Fabbiani e la collega agente Annalisa Pallai (anche quest’ultima è sotto processo) con tre situazioni in evidenza: «Ho visto la Pallai che la stava allattando, ma anche una collega che teneva in braccio la bimba. Un’altra volta avevamo arrestato un ubriaco e lo stavamo piantonando quando arrivò Fabbiani con la figlia: visto che l’arrestato era alterato, ho temuto che potesse fare del male alla piccola». Sia l’agente che la sua compagna, nelle loro deposizioni, si sono soffermati su un incontro a Canossa con Fabbiani e Pallai quando il caso era già esploso sul piano giudiziario. Dicono di averli visti dentro un’auto che gesticolavano verso di loro «in modo non amichevole». Parole che suscitano la reazione, in lacrime, della Pallai seduta in prima fila: «Se questi mi vedono devo sparire?». —

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