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BASILE E LE SCARAMANZIE DI LOMBARDI 

«Se individuava uno iettatore doveva sparire dalla sua vista»

Adriano Arati
«Se individuava uno iettatore doveva sparire dalla sua vista»

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REGGIO EMILIA. «Non era certo un allenatore tattico, ma sapeva motivarti, aveva intuizioni, ti faceva ridere, aveva coraggio». È ricco di cartoline difficili da dimenticare e di affetto, il ricordo che Gianluca Basile conserva di Dado Lombardi. Ed è un ricordo condiviso con un altro fuoriclasse del basket a cavallo del cambio di millennio, Gianmarco Pozzecco. «Mi sono sentito con il Poz, ognuno aveva diversi aneddoti sul Dadone, non so quanti fossero veri, quante leggende e quante le alimentava lui. Era un grandissimo personaggio, con tutte le sue scaramanzie, i suoi scatti, le sue scelte», sorride Basile, che a Reggio con Lombardi ha avviato una carriera stellare, fra Euroleghe, finali olimpiche e scudetti.

«È stato lui a proseguire il discorso che avevamo iniziato con Consolini, lui mi aveva tirato su dal nulla. Lombardi mi ha dato spazio e devo a lui se, per una parte della carriera, ho fatto il play – spiega la guardia cresciuta in biancorosso –. Era gara 1 dei playoff con Milano, dopo la salvezza all’ultimo turno. All’intervallo non era contento di come stessero giocando i nostri registi, Montecchi e Daolio, si era arrabbiato, mi guarda e mi dice: “Ora giochi play”. E così per alcuni anni ho fatto anche il regista, prima di tornare in guardia».

Scelte forti, da chi non privilegiava la tattica. «Non era certo un coach che guardava a schemi precisi, dava motivazioni, era amatissimo dal pubblico e portava energia. E otteneva difese forti, grintose. Proprio come il Poz: sia Lombardi che Pozzecco, da giocatori, erano grandissimi attaccanti e la difesa non la guardavano, da coach l’hanno trasformata nella loro forza», continua il “Baso”. A chiudere, qualche perla sulle mille scaramanzie di Lombardi: «Se eravamo in striscia negativa e si tornava a vincere, l’assente al momento della vittoria diventava lo iettatore e doveva sparire dalla sua vista. Toccava spesso ai viceallenatori, fare questa fine». —

Adriano Arati

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