Un disagio che viene da lontano
L'editoriale del direttore della Gazzetta di Reggio, Giacomo Bedeschi
REGGIO EMILIA. Possiamo essere d’accordo con la tesi che il lockdown reale prima, e quello strisciante poi, stiano cambiando la testa dei ragazzi, stendendo un velo di nebbia su legittimi sogni e aspirazioni e ammanettando il naturale desiderio di socialità. Un disagio generazionale, per farla molto breve.
Ma quello che succede al Villaggio Stranieri e che la Gazzetta ha raccontato in questi giorni è una lenta progressione verso un microcosmo ai confini della legalità e del buonsenso partita ben prima che il paziente zero iniziasse a seminare a cascata una malattia che sta capovolgendo il mondo, Reggio compresa. Come ci si è arrivati?
Sarebbe facile rannicchiarsi dietro al paravento del cambiamento epocale in atto nella società. A ben guardare, ogni cambio di generazione ha sempre rappresentato un momento di rottura. Insomma, la scusa regge fino a un certo punto.
Forse sarebbe meglio fare un’analisi su quanto è stato fatto per governarlo, questo cambiamento. Capire quanto è stato fatto per indirizzare le inevitabili derive negative verso porti più sicuri. Non è roba di un mandato amministrativo, è un problema che si trascina da anni e che la politica forse ha calciato in tribuna più preoccupata da altre operazioni. Salvo poi rituffarcisi sopra quando il caso finisce sui giornali per riproporci un teatro collaudato.
La Lega a solleticare la pancia degli elettori con il solito adagio dell’immigrazione e il Pd con l’altrettanto classica spruzzata di buonismo diffusa dal consigliere Dario De Lucia che invita il trapper pistolero a prendere un caffè per fare il predicozzo da fratello maggiore.
E allora, premesso che per fortuna niente a Reggio Emilia è ancora paragonabile a quel che il cinema ci ha raccontato del Bronx, la politica (tutta) che pensa di fare a parte i botta e risposta per strappare un titolo? C’è qualche progetto? In attesa fiduciosa di una risposta, buona domenica a tutti.
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