«Non fu organizzatore del clan in cella pensava a difendersi»
dall'inviato
bologna. Per i due difensori di Gianluigi Sarcone – cioè i legali Stefano Vezzadini e Valerio Vianello Accorretti – c’è da scalare un’autentica montagna: il loro assistito in primo grado è stato condannato sia a 16 anni e 4 mesi per associazione mafiosa (come “partecipe” della cosca fino al gennaio 2015, mentre da lì sino al 2018 come “organizzatore”), sia a 3 anni e 6 mesi per tentata violenza privata aggravata dal metodo mafioso nei confronti di Gabriele Franzini (direttore di Telereggio, ieri presente in aula, ndr). L’ammissione dell’imputato – nella lettera depositata a sorpresa – di essere stato un affiliato del clan sino a sei anni fa, ha perciò orientato l’arringa solo su quanto accaduto dopo l’arresto: «Sarcone viene descritto come una mente raffinata – dice l’avvocato Vianello Accorretti – ma non ha mai avuto la presunzione di disattivare le accuse ad un’associazione mafiosa così complessa con decine di coimputati, non ha messo in atto nessuna strategia per salvare l’intera associazione contestata nel maxiprocesso Aemilia. In carcere Sarcone si è confrontato con gli altri detenuti, tutti con le carte giudiziarie a disposizione, per cercare di difendersi nel processo. Non ha dato direttive ad alcuno – rimarca – ha solo cercato di tirarsi fuori. E nelle lettere dal carcere fra lui e il fratello Nicolino si evince solo la strategia difensiva tesa alle misure di prevenzione patrimoniali riguardanti tutti i familiari». Tesi che non sfonda e, lasciando l’aula, i difensori fanno riferimento alla necessità del ricorso in Cassazione (anche se nella lettera Sarcone, invece, lo esclude, ndr) per aggredire l’accusa che il loro assistito fosse stato un “organizzatore” del clan nel periodo 2015-2018: «Ci aspettavamo che cadesse questa imputazione – dicono – vedremo nelle motivazioni della sentenza perché non è avvenuto». —
T.S.
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