Gazzetta di Reggio

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l’inchiesta sui permessi di soggiorno 

Pratiche facili, a Reggio spunta l’intermediario Arrestato un 48enne

Ambra Prati

Il pakistano “oliava” la poliziotta di Parma per i connazionali Nell’interrogatorio di garanzia non risponde alle domande 

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Ambra Prati

REGGIO EMILIA. Spunta un reggiano nell’indagine sui permessi facili che ha fatto scandalo nella questura di Parma, dove una poliziotta dell’Ufficio Immigrazione e il marito sono stati arrestati per corruzione: secondo gli inquirenti, si facevano pagare per sveltire le pratiche dei permessi di soggiorno o talvolta aggirare con stratagemmi i paletti ostativi.

Tra le dodici persone raggiunte da custodia cautelare c’è Meher Tanver Afzal, 48 anni, pakistano residente a Reggio pur lavorando nella città ducale; secondo l’accusa il 48enne avrebbe avuto il ruolo di intermediario, cioè “oliava” la funzionaria e il consorte per conto di connazionali, che si rivolgevano a lui per agevolare l’iter delle pratiche, naturalmente previo compenso.

Accusato di corruzione in concorso e in continuazione, Meher, ora ai domiciliari, rischia grosso poiché, secondo la normativa vigente, sia al corrotto sia al corruttore si applicano le medesime pene: dai sei ai dieci anni, sebbene per il pakistano è probabile che la difesa punterà sul fatto di lieve entità.

L’attività investigativa, condotta dalla Squadra Mobile e coordinata dalla Procura di Parma, ha preso il via dalle dichiarazioni rese da una donna: recatasi all’Ufficio Immigrazione nell’estate del 2019 per il permesso di soggiorno delle sorelle, la straniera era stata ricevuta da una dipendente la quale le spiegava che era “l’unica” che poteva accelerare l’iter e le forniva un numero di telefono.

All’indomani della consegna dei permessi di soggiorno, quello che si era presentato come il marito della poliziotta aveva iniziato a telefonarle con insistenza, pretendendo una remunerazione; ma l’interessata si era rifiutata, sporgendo denuncia. L’indagine ha consentito di scoprire che la poliziotta Serafina La Placa, 56 anni, assistente capo della polizia, e il marito Filippo Pignato, 57 anni, avevano un vero e proprio tariffario: 400 euro per una pratica bloccata o complessa, 200 euro per una pratica ordinaria e 100 euro per la consegna. Secondo l’accusa i coniugi erano al centro di un rodato sistema di corruttela («Comunque abbiamo fatto un bel giro», commentava Pignato con la moglie), mentre gli altri coinvolti sono tutti cittadini stranieri: gli intermediari come Meher.

A quest’ultimo il pm Francesca Arienti contesta due episodi, entrambi risalenti tra giugno e luglio 2020. La prima pratica riguardava la richiesta di permesso di soggiorno per violenza domestica, «trattata in anticipo rispetto alle normali tempistiche dietro pagamento di una somma di denaro di 350 euro».

La seconda la richiesta di conversione del permesso di soggiorno per motivi di protezione sussidiaria in motivi di lavoro subordinato; pratica che però non è andata in porto per mancanza di requisiti, tanto che «una volta compresa l’impossibilità di procedere» la poliziotta ha rivendicato «il proprio impegno per giustificare il pagamento ottenuto di 100 euro», la stessa somma che spettava all’intermediario. Ieri, in tribunale a Parma, sono iniziati gli interrogatori di garanzia. Sia la poliziotta che il consorte si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Si è avvalso pure Meher, su consiglio dell’avvocato difensore Angelo Russo, che ha optato per la prudenza in attesa di studiare il corposo fascicolo (450 pagine con numerosi intercettazioni). In udienza il difensore ha chiesto una misura meno afflittiva dei domiciliari o, in subordine, il permesso per il suo assistito di recarsi al lavoro, in un negozio di cellulari. Il gip Mattia Fiorentini si è riservato di decidere. —

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