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Gli sguardi dell’orrore

Stefano Tamburini
Gli sguardi dell’orrore

Giorno della Memoria, 76 anni fa la liberazione di Auschwitz. Così l’infamia dei tiranni nazisti mandò a morte 17 milioni di persone. Le pesanti complicità del fascismo, le testimonianze: per non dimenticare

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REGGIO EMILIA.  Morirono di stenti, di paura o ridotti in cenere, lanciati nel vento fuori dal camino di un forno crematorio. Quella bambina della triplice foto in alto guarda all’insù impaurita, sconcertata, incapace di spiegare a sé stessa il perché di quell’orrore: quasi ottant’anni dopo è uno schiaffo alle coscienze.

I suoi occhi sono quelli di 17 milioni di persone o forse più che hanno fatto la stessa fine, quella dell’infamia dei tiranni nazisti. La follia della purezza della razza, la “soluzione finale” per eliminare “gli altri” passava da quei campi di lavoro, da quelle umiliazioni, dal gas dei forni crematori. Il 27 gennaio del 1945 l’Armata Rossa sovietica liberò il campo di sterminio di Auschwitz, il più grande realizzato dai nazisti, e fece emergere l’orrore.

L’Italia celebra questa ricorrenza dal 2000, l’assemblea delle Nazioni Unite l’ha istituita cinque anni dopo, nel sessantesimo anniversario della scoperta dell’orrore. Oggi, che di anni ne sono passati 76, l’obiettivo è non far spegnere il fuoco del ricordo, di respingere i biechi tentativi di revisionismo, quelli di chi vuol assimilare questo terrore ad altri regimi totalitari con la malcelata intenzione di riabilitare anche chi in Italia fu pesantemente complice.

A partire da chi emanò e firmò le leggi razziali (Benito Mussolini e il re Travicello, Vittorio Emanuele III) e dai seguaci del dittatore fascista, protagonisti di pesanti azioni di favoreggiamento nel rastrellamento di chi doveva finire nei forni per ordine dell’alleato nazista. Le vittime erano soprattutto ebrei, polacchi, ucraini, bielorussi, prigionieri di guerra sovietici, dissidenti politici, serbi, sloveni, rom. E anche disabili, omosessuali.

Le foto di questa pagina sono state realizzate da Wilhelm Brasse, un fotografo nato in prossimità del lager, territorio polacco invaso dai tedeschi. Dopo il rifiuto di arruolarsi nella Wehrmacht (le forze armate tedesche) e dichiarare fedeltà a Hitler, finì proprio nel campo di sterminio ed ebbe l’incarico di scattare le foto segnaletiche dei prigionieri.

Quando i tedeschi cominciarono a capire che la fine per loro era imminente, ordinarono la distruzione di quelle immagini. Brasse riuscì a salvare fra i 40 e i 50 mila negativi, nascondendoli, prima di essere spostato a Mauthausen. Insieme con le parole dei superstiti costituiscono la miglior medicina contro l’orrore: si chiama memoria.

«Tutti coloro che dimenticano il loro passato, sono condannati a riviverlo», parole di Primo Levi, superstite di Auschwitz, scrittore, autore fra l’altro di “Se questo è un uomo”, un classico della letteratura mondiale basato su quell’esperienza terribile. Parole da scolpire in ogni muro, in ogni mente per evitare che ci siano sempre “altri” da reprimere, da sopprimere. Osservateli bene, questi sguardi: parlano. E dicono tutto. Dicono: “Mai più!”.

twitter: @s_tamburini

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