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Solidarietà dal movimento femminista 

«Un femminicidio d’estrema brutalità Vicine ai familiari»

T.S.
«Un femminicidio d’estrema brutalità Vicine ai familiari»

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reggio emilia. Il movimento femminista reggiano “Non una di meno” ha voluto – ieri mattina – portare in tribunale la propria concreta solidarietà alla famiglia della vittima.

In rappresentanza delle trenta attiviste del movimento c’è Carla Ruffini. Attende fuori dall’aula la fine dell’udienza preliminare, in attesa di parlare con i familiari e gli avvocati di parte civile. Una presenza discreta la sua, anche perché non è facile affrontare una vicenda simile all’interno oltretutto del palazzo di giustizia: «Siamo purtroppo di fronte a un femminicidio, avvenuto in modo efferato, violentissimo. Alla famiglia va un degno risarcimento. Siamo in contatto con loro, in videocollegamento abbiamo parlato con il fratello. La famiglia dopo il delitto si è trovata in difficoltà – sottolinea – come isolata in una città dormiente. Come movimento vogliamo seguire il processo e portare la nostra solidarietà».

La Gazzetta in occasione del primo anniversario della morte della giovane barista aveva raccolto un affettuoso ritratto di “Stefania” da parte dell’ex insegnante Pia Ghizzoni: «Era una bambina fantastica che imparava l’italiano per insegnarlo alla sua famiglia, i primi immigrati a essere presenti negli spettacoli teatrali della scuola. Poi è diventata una ragazza e una donna di una bellezza esteriore e interiore paragonabile agli angeli. Non dimentichiamola, non era una straniera come si suol dire, ma una di noi. Nessuna bambina sogna da grande di essere uccisa da un amore malato di un uomo».

Su quest’ultimo punto, ieri in tribunale, chi difende l’assassino dà una sua risposta: «Non era necessario arrivare a una Corte d’assise che non sposterà nulla: il vizio parziale di mente non funziona a spot, non vuol dire che colpisce solo nel momento della condotta omicidiaria, nel caso di Boukssid – spiega l’avvocatessa Pina Di Credico – era già offuscato tempo prima. Erano 15 giorni che non si lavava, che ascoltava il Corano, che non usciva di casa. Le stesse dinamiche verificate nella relazione inesistente con la ragazza si sono riproposte in carcere, evidenziate dalle dottoresse che lo hanno in cura e che nulla sanno della sua diagnosi». —

T.S.

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