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Europa Verde contro la diga «Val d’Enza? Parco regionale»

Mauro Grasselli
Europa Verde contro la diga «Val d’Enza? Parco regionale»

Silvia Zamboni, capogruppo in Regione: «I dati Crpa dimostrano che se si passa  dall’irrigazione a scorrimento a quella a pioggia i consumi idrici calano del 75%»

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Mauro Grasselli

VETTO. Qualcosa si muove in riva all’Enza o, meglio, nelle stanze degli enti cui compete prendere decisioni per far fronte ai cambiamenti climatici e al problema dell’approvvigionamento idrico. L’assessore regionale all’Ambiente, Irene Priolo, nei giorni scorsi ha chiesto al governo di finanziare con 5,5 milioni lo studio di fattibilità tecnico-economica per realizzare un invaso sull’Enza. Che sia la famosa diga di Vetto di cui si parla dal 1860 col progetto Grisanti, tornata in auge nel 1982 col progetto Marcello (alta 83 metri per 102 milioni di metri cubi d’acqua, ma dopo la realizzazione del “taglione”, lo zoccolo dell’invaso, tutto si fermò) o di un invaso più piccolo lo si scoprirà in futuro, appunto con lo studio di fattibilità finalizzato a capire quali caratteristiche dovrebbe avere il bacino.

Nei giorni scorsi, tramite la Gazzetta, Lino Franzini, storico esponente dei “dighisti duri e puri”, favorevoli al progetto Marcello, ha ribadito i vantaggi della grande diga, anche contro i danni a valle causati dalle piene. Di parere molto diverso Silvia Zamboni, capogruppo di Europa Verde in Regione e vicepresidente dell’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna, secondo cui la richiesta di finanziamento inviata al governo riguarda «lo studio di fattibilità tecnico-economica di un enorme invaso sull’Enza, da anni noto come diga di Vetto, un’opera finalizzata a fornire acqua all’agricoltura di pianura. Per la collocazione e le dimensioni, questo intervento, come denunciano da anni gli ambientalisti, devasterebbe la vallata all’altezza dei Comuni di Vetto, Ramiseto, Neviano e Palanzano. Una distruzione che, per i tempi di realizzazione richiesti dall’opera, non servirebbe nemmeno a raggiungere lo scopo per cui la si vuol realizzare. Leggendo lo studio tecnico su cui si basa la decisione di realizzare l’invaso (con i suoi 25-30 milioni di metri cubi d’acqua pari, per dimensioni, a quello di Ridracoli), troviamo più di una conferma ai nostri dubbi: a fronte dell’aumento atteso della temperatura media, si parte dall’assunto che il modello di agricoltura locale rimarrà come è oggi, escludendo interventi di adattamento agli effetti dei cambiamenti climatici, siccità in primis, come l’introduzione di nuove tecniche di irrigazione e/o di colture meno idroesigenti per contenere il consumo d’acqua. Inoltre, richiamare l’emergenza climatica per giustificare un’opera che richiederà non meno di 10 anni per essere ultimata non può non sollevare l’interrogativo: e nei prossimi 10 anni cosa si fa? La scarsità di risorse idriche e la siccità sono fenomeni di oggi, come il riscaldamento del Pianeta che li genera».

La risposta da dare, secondo Silvia Zamboni , deve quindi «comprendere due elementi indissolubili: da un lato misure di mitigazione, ovvero di riduzione delle emissioni di gas climalteranti tra i quali ci sono quelli legati all’agricoltura intensiva, che fa uso di prodotti chimici e ai mega allevamenti, e dall’altro misure di adattamento, ovvero interventi per far fronte alle conseguenze della nuova situazione climatica. Ecco perché i fondi chiesti al ministero andrebbero destinati invece alla riconversione dei metodi irrigui e allo studio di nuove filiere agroalimentari meno idroesigenti. Secondo le analisi del Centro ricerche produzioni animali (Crpa) di Reggio sull’irrigazione dei prati stabili, passando dall’irrigazione a scorrimento, praticata oggi, all’irrigazione a pioggia come si fa per il mais, i consumi idrici calerebbero fino al 75% su ogni prato, pur garantendo produzioni quantitativamente identiche. Un risultato che, proiettato su tutta la superficie a prato nel Parmense e nel Reggiano, porterebbe al dimezzamento della domanda d’acqua. I problemi che affliggono l’agricoltura vanno risolti nella cornice del Patto per il Lavoro e il Clima, degli impegni presi dall’Italia con gli accordi di Parigi e delle politiche per il clima dell’Ue. Anche l’agricoltura, che oggi in Emilia-Romagna origina il 12% di emissioni climalteranti, deve dare il proprio contributo, che è utile per la tutela stessa delle attività agricole».

La stoccata finale: «La diga di Vetto, più che al cambiamento climatico, sembra rispondere al partito del cemento, con la prospettiva di occupare per 10 anni la Val d’Enza lasciando di questo meraviglioso scenario solo un mesto ricordo. I Verdi sono contrari alla costruzione della diga in una vallata intatta che meriterebbe piuttosto d’essere tutelata con un parco regionale». —

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