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il processo 

Ex coniugi ai ferri corti Chiesti 3 anni per l’uomo Altre verifiche del giudice

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reggio emilia. Un processo a dir poco controverso che ora ha richiesto un’appendice investigativa, come disposto dal magistrato giudicante.

Stiamo parlando di un egiziano 43enne che è alla sbarra per una lunga sfilza di reati nei confronti dell’ex moglie, connazionale di 29 anni: atti persecutori, violenza privata, violazione degli obblighi di assistenza familiare, violazione del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa.

Per la Procura – il fascicolo fa capo al pm Marco Marano – è tutto provato e ieri, davanti al giudice Giovanni Ghini, è stata chiesta la condanna a tre anni di reclusione per i fatti che sarebbero accaduti a cavallo di due estati (2018 e 2019).

Dello stesso tenore l’arringa dell’avvocatessa Federica Riccò che assiste la donna, costituitasi parte civile (ieri la 29enne non era presente in aula).

Riccò ha rimarcato l’intenzione dell’uomo di sfregiare l’ex moglie con l’acido, nel caso lei non avesse desistito dal recuperare la casa di famiglia di sua proprietà, in cui l’ex marito era però rimasto ad abitare, aggiungendo altre minacce di morte. «La mia assistita si sentiva pedinata, non erano incontri casuali quelli con l’ex marito. E per gli atteggiamenti minatori dell’ex coniuge, era preoccupata ogni volta che usciva. Temeva per l’incolumità sua e degli altri. Il mantenimento – aggiunge l’avvocatessa di parte civile – non è mai stato versato alla signora e ai due bambini». Arringa chiusasi con la richiesta di un risarcimento-danni.

Ma su tutto il quadro accusatorio gli avvocati difensori – Giuseppe Caldarola e Mario Di Frenna (con a fianco l’imputato, sono intervenuti nell’ordine) – hanno proiettato una lunga serie di dubbi, specificando che solo le discussioni fra la coppia possono essere considerate veritiere, andando però all’attacco della ricostruzione delle situazioni, facendo soprattutto la “tara” alle parole dei testimoni.

Ad ampio raggio le due arringhe difensive: «Le percosse del 10 luglio 2018? Non c’è un certificato medico. L’imputato non venne mai a conoscenza che doveva lasciare la casa, la cosa non era mai stata chiarita. Fra l’altro lui vi ha fatto dei lavori in quella casa, aveva speso dei soldi. Non vi fu nessun avvicinamento davanti a scuola, aveva solo cercato di parlare con i bambini. Gli atti persecutori? Non c’è un testimone che confermi quanto dice l’ex moglie. Il cognato e la sorella di lei dicono solo la verità di una parte». Dubbi che hanno spinto il giudice Ghini a richiedere nuovi accertamenti – se ne occuperà un maresciallo dei carabinieri della stazione di Santa Croce – su due episodi (luglio e agosto 2018). Per i difensori l’imputato non c’entra, perché era altrove, come dimostrerebbero le cellule agganciate dal suo telefono. —

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