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«Settore moda in ginocchio I saldi potrebbero non bastare»

Martina Riccò
«Settore moda in ginocchio I saldi potrebbero non bastare»

Federmoda e Fismo: «Servono regole omogenee» Intanto in un anno in provincia hanno chiuso 35 negozi

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Martina Riccò

REGGIO EMILIA. Con un calo di fatturato mai inferiore al 30% (e in alcuni casi addirittura del 70-80%), i negozianti hanno appeso i cartelloni “Saldi” in vetrina con il cuore afflitto.

Nel 2020 solo nel comune di Reggio Emilia (i dati sono dell’Ufficio Studi della Camera di Commercio) hanno chiuso i battenti 13 attività del settore moda, quelle cioè che commerciano abbigliamento, calzature e pelletteria. In provincia il numero sale a 35.

Come sempre le difficoltà incontrate dalle attività si riflettono sul personale che vi lavora: uomini e donne che, anche a causa della pandemia, fanno sempre più fatica ad arrivare alla fine del mese, o se ci arrivano sono ben lontani dal livello degli anni precedenti. Ancora una volta sono i numeri a darci la misura di quanto scriviamo: la filiera della moda, che nel comune conta 385 negozi e in provincia 729 (comprese le nuove aperture, che complessivamente sono state 13), nel Reggiano coinvolge circa duemila addetti.

«Tutte persone – commenta Giovanni Pergreffi, presidente di Federmoda Reggio Emilia, che aderisce a Confcommercio – che stanno vivendo un momento difficile. La situazione è sotto gli occhi di tutti, non c’è certo bisogno di spiegazione: non si può andare da nessuna parte, c’è chi ha perso il lavoro, i consumi sono bloccati».

Il timore è che neanche i saldi riusciranno a guarire le ferite del settore. «Che senso ha farli partire in date così diverse? – chiede Pergreffi – In alcune regioni sono iniziati il 5 gennaio, in Emilia-Romagna solo ieri. Covid o non Covid, finché non ci sarà una data unica non ha neanche senso farli. E poi perché ci ostiniamo a farli cominciare nel bel mezzo della stagione? Ma le pare che un negozio che vende costumi da bagno si trovi con la merce in saldo il 7 luglio? Bisognerebbe spostare l’inizio dopo il 15 agosto e a metà febbraio, in modo che la stagione sia finita».

Ma quest’anno non fa testo. Per cercare di recuperare le perdite, si è deciso infatti di lasciare la possibilità ai commercianti di fare vendite promozionali anche nei 30 giorni precedenti all’inizio dei saldi, cosa solitamente proibita: «Non che sia servito a molto – commenta Pergreffi – così come le aperture natalizie, ma poiché nelle altre regioni i saldi erano già iniziati era impensabile che solo noi non facessimo niente».

Le vendite promozionali hanno consentito ai consumatori di fare buoni affari ma, spiega Dario Domenichini, presidente provinciale di Confesercenti e del sindacato Fismo (Federazione italiana settore moda), «a causa delle varie restrizioni alla mobilità e alla chiusura degli esercizi commerciali all’interno delle aggregazioni commerciali, non hanno raggiunto volumi adeguati».

Ora le speranze sono tutte riposte nella “zona gialla”: «I consumi sono legati agli spostamenti – osserva Domenichini – anche per questo ci saremmo aspettati un’attenuazione delle limitazioni previste dalle domeniche ecologiche, che ridurranno ulteriormente le possibilità di spostamenti sul territorio bloccando i diesel euro 4 e i benzina euro 2. Siamo consapevoli che sono necessarie scelte vocate al rispetto dell’ambiente ma in questo periodo è a rischio la sopravvivenza di migliaia di imprese e ci sarebbe parso ragionevole attenuare la misura».

Tanto più che, al di là del Covid, il settore si trova a fronteggiare sfide che a volte paiono insormontabili: «Abbiamo bisogno di trovare regole, anche nuove, che siano uguali per tutti», affermano Pergreffi e Domenichini.

I negozi non possono competere con i colossi dell’e-commerce «che pagando tasse all’estero sono meno tassati» e non rispondono delle regole italiane, ma neanche con le catene di abbigliamento che, facendo capo ad altri Paesi, «fanno partire i saldi online anche nel periodo antecedente l’avvio ufficiale dei saldi, cosa che noi non possiamo fare».

«Senza considerare – aggiunge Pergreffi – che c’è chi non rispetta le regole consapevolmente. L’anno scorso è capitato che un outlet avesse fatto partire le svendite nel periodo “tabu”, sono arrivati i controlli ed è stata fatta una multa. Ma la cifra è stata divisa tra tutti i negozi del villaggio, diventando davvero irrisoria. E poi, l’ho visto con i miei occhi quest’anno in uno di quegli outlet, capita che i prezzi in svendita siano più alti di quanto non sarebbero nel periodo normale».

«Servono regole precise che regolamentino le svendite e il lavoro – conclude Domenichini – ma intanto speriamo che i saldi di quest’anno, nonostante la scelta di farli partire a macchia di leopardo, aiutino i commercianti. Se non ad aggiustare una stagione ormai irrecuperabile, quanto a meno a recuperare tutto il possibile». —

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