«Le aziende si preparino a gestire lavoratori che non si vaccinano»
Papaleo, segretaria Cisl Emilia: «Serve una legge per renderlo obbligatorio» A breve la campagna riguarderà 212.000 persone, il 40% della popolazione
REGGIO EMILIA. Mentre si parla di nuove forniture di vaccini in arrivo nel mese di febbraio (circa 234mila dosi per tutta la regione) c’è chi pensa a quando il vaccino sarà disponibile anche per la popolazione, e non solo per personale medico e sanitario o per operatori e ospiti delle strutture per anziani, come in questa fase.
«In assenza di una legge non si può licenziare chi si rifiuta di vaccinarsi», afferma Rosamaria Papaleo, segretaria Cisl Emilia Centrale, introducendo un tema piuttosto dibattuto in Italia.
«A brevissimo – spiega Papaleo citando i dati Inps – le vaccinazioni riguarderanno il complesso dei 212mila lavoratori reggiani (il 40% della popolazione): di cui 169mila lavoratori nell’industria, artigianato e nel privato; 28mila nel pubblico; 7.600 lavoratori domestici e altrettanti operai agricoli. Ma va detto che attualmente il vaccino non è obbligatorio, e non è nemmeno un rischio insito in tutti gli ambienti di lavoro».
Ovviamente se il vaccino fosse reso obbligatorio attraverso una legge specifica, «l’illegittimo rifiuto potrebbe condurre al licenziamento del lavoratore per giusta causa o giustificato motivo di recesso».
Dall’inizio della pandemia, in Emilia-Romagna i contagi sul luogo di lavoro sono stati 8.044, di cui 34 mortali. Il totale italiano è di 104.328 di cui 366 mortali accertati, pertanto la nostra regione rappresenta il 7,7 % dei contagiati sul lavoro e il 9,3% di quelli che sono poi risultati fatali. A Reggio Emilia si sono registrati 1.196 contagi sul luogo di lavoro, di cui solo uno ha portato a morte. Dei contagiati, 921 sono donne e 275 uomini.
Con questi dati (forniti dall’Inail e aggiornati al 22 dicembre) la nostra provincia si colloca al secondo posto in regione dopo Bologna che ha avuto 1.920 contagi sul luogo di lavoro, pari al 14,9% del totale.
Le professioni più colpite sono i tecnici della salute (infermieri), operatori socio sanitari, operatori socio assistenziali e impiegati addetti alla segreteria e affari generali.
«È chiaro che per quel che riguarda la decisione di vaccinarsi – continua Papaleo – nei settori sanitario e socio sanitario c’è anche un profilo di responsabilità risarcitoria nei confronti dei pazienti. In questi settori il medico competente in via precauzionale potrebbe chiedere per l’idoneità al lavoro la vaccinazione».
Per quel che riguarda le aziende, invece, Papaleo valuta la possibilità «di mettere in campo altri strumenti per tutelare i propri collaboratori dal rischio di contagio nel caso in cui alcuni dipendenti dovessero rifiutarsi di sottoporsi alla vaccinazione». Come? Ad esempio riservare a chi si rifiuta di vaccinarsi una postazione isolata e non a contatto con utenti e fornitori. Adibire il lavoratore ad altre mansioni «anche inferiori in conseguenza della riforma renziana che ha modificato l’articolo 13 dello Statuto dei lavoratori». O ancora con il ricorso al lavoro agile, se compatibile, e l’attivazione della cassa integrazione, ove possibile, fino alla fine della pandemia. «Oppure come extrema ratio – aggiunge Papaleo – allontanarlo o esoneralo senza retribuzione (sospensione temporanea). Qualora l’assenza si prolunghi eccessivamente diventando pregiudizievole per l’organizzazione aziendale si potrà procedere con un licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Mentre la politica latita per ragioni di equilibri squisitamente politici – conclude la segretaria – attualmente la vaccinazione è un dovere morale in quanto rappresenta la misura più efficace per proteggere se stessi e gli altri contro la pandemia». —
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