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LE POLEMICHE 

«Rilanciare il maxi-invaso significa non fare nulla»

M.G.

Berselli ai sostenitori del progetto Marcello: «Le normative sono cambiate»

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VETTO. Quello della diga è un tema tanto “antico” quanto foriero di battaglie. Ne sanno qualcosa gli ambientalisti che negli anni Ottanta manifestarono contro l’avvio dei lavori del “taglione”. Idem i dighisti duri e puri che l’estate scorsa andarono a commemorare il 31° anniversario dello stop ai lavori della diga, proprio sul “luogo del delitto”: la zona in cui si trova ciò che resta del “taglione”, alla confluenza tra Lonza ed Enza. I promotori del “Giorno del ricordo” citano il 16 agosto 1989 come «la tragedia che provocò ai paesi montani e alle terre del Parmigiano Reggiano il blocco dei lavori della diga di Vetto».

I dighisti chiedono a gran voce di ripartire dal progetto Marcello, ovvero da una diga di grandi dimensioni.

«Proporre la diga Marcello è come dire non facciamo niente – afferma Meuccio Berselli, segretario generale dell’Autorità di bacino del Po –. Dobbiamo invece prendere la strada maestra seguendo le normative europee e considerando i fabbisogni idrici. Riproporre ora quel progetto è sbagliato in partenza. Sarebbe come andare dal proprio geometra o ingegnere e dire: fammi la casa progettata negli anni Ottanta. La sua risposta sarebbe ovvia: occorre ripresentare il progetto aggiornato alla luce delle normative attuali».

I dighisti come Lino Franzini e Umberto Beltrami parlano di beffa, se si prospetta un un invaso da 25-30 milioni di metri cubi. Inoltre, elencano i tanti benefici portati dalla grande diga, comprese le canoe e il turismo legato al lago formato dallo sbarramento. Europa Verde Emilia Romagna propone invece di razionalizzare l’irrigazione e di istituire un parco regionale, anziché costruire una diga.

«Magari lo studio dirà che i numeri della capienza dell’invaso necessario sono diversi da quelli citati, ma non è una scommessa tra me e loro; è la normativa comunitaria che ci guida e che fornisce le risposte anche a chi è pro o contro la diga. Le canoe? Macché. Le norme non lo consentono. Abbiamo uno studio, il nostro, basato su criteri scientifici; se qualcuno propone cose diverse, consideri le normative vigenti e dimostri la validità della propria proposta con carte scientifiche ».

Anche il gruppo regionale del Movimento 5 Stelle è intervenuto sulla questione dicendo no alle opere faraoniche, sì ai piccoli invasi. E questa la strada?

«Hanno ragione a dire no alle opere faraoniche. Servono opere che rientrino in scenari di sostenibilità e che rispondano alle esigenze».

Una novità degli ultimi mesi nella battaglia attorno alla diga: le microplastiche presenti nell’acqua pompata dal Po. Meno che nella Senna e nel Tamigi, è stato detto, ma ci sono.

«La qualità dell’acqua del Po è migliorata molto negli ultimi tempi, anche dal punto di vista biologico. E poi ci sono tanti depuratori. Abbiamo fatto le analisi: l’acqua del Po ha una percentuale di microplastiche inferiore a quella dei fiumi europei, appunto. Non significa che va bene così, ma è un punto di partenza. Peraltro, la nostra comunità è molto sensibile a queste tematiche, più di quanto avvenga altrove».

Dal maggio al settembre prossimo un gruppo di allevatori della media Val d’Enza farà analizzare le acque del Po. Considerando il forte prelievo di acqua dal Po a scopi irrigui, dicono che non si può produrre il Parmigiano Reggiano (ma anche pomodori, cocomeri, meloni, ortaggi e latte) con l’acqua “alla plastica”. Assicurano di avere i soldi per pagare le analisi.

«Non sapevo fossero laureati. Ma vorrei tranquillizzarli: le analisi sull’acqua non solo non le fermiamo, ma le implementiamo. E fanno analisi anche le muli-utility come Era e Iren. Pure Arpae analizza tutto l’anno l’acqua del Po. L’impianto di Boretto è il secondo per derivazione in Emilia Romagna, con 230 milioni di metri cubi prelevati dal Po». —

M.G.

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