Nuova inchiesta sul mega crac: per i Burani si apre un nuovo processo a Reggio Emilia
Walter e Giovanni rinviati a giudizio ieri a Reggio Emilia: archiviate le posizioni di due banche e del collegio sindacale
REGGIO EMILIA. Quella dei Burani, si sa, è una «bancarotta da antologia». Così fu definita dai pubblici ministeri di Milano, che con le loro accuse avevano portato fino alla conferma in Cassazione – nel marzo di due anni fa – le condanne a 6 anni per Walter e Giovanni Burani per bancarotta fraudolenta, mettendo così fine a dieci anni di processi.
Una fine però solo teorica, come svelato ieri in tribunale a Reggio Emilia, dove si è aperto un nuovo capitolo della saga giudiziaria degli imprenditori che crearono e poi affossarono l’omonima casa di moda di Cavriago.
Padre e figlio sono stati infatti nuovamente rinviati ieri a giudizio durante l’udienza preliminare dal giudice Luca Ramponi, all’interno di un nuovo filone di indagine che è andato avanti sottotraccia negli anni, parallelo a quello Milanese e di competenza di Reggio Emilia.
L’ex patron, ora 87enne, dovrà affrontare quindi un nuovo processo assieme al figlio Giovanni.
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Si tratta quindi di un nuovo procedimento, scaturito dall’inchiesta per operazioni fraudolente istruito dal sostituto procuratore Giacomo Forte, che aveva raccolto gli esposti effettuati anche dai curatori fallimentari della Mariella Burani Fashion Group, la capogruppo attorno alla quale gravitavano una miriade di controllate.
Proprio una denuncia relativa a una controllata, la Design & Licences Spa (conosciuta come D&L) ha consentito di scoperchiare reati collegati alla bancarotta fraudolenta che nel 2010 ha risucchiato il gruppo reggiano, quotato alla Borsa di Milano e il cui crac fece scalpore, lasciando a bocca asciutta molti investitori.
L’indagine reggiana, avviata nel 2018, aveva tracciato operazioni finanziarie molto complesse. I curatori nominati dal tribunale erano i professionisti reggiani Franco Cadoppi, Maria Domenica Costetti e Giovanni Crotti, che si erano costituti parte civile nel processo d’appello per conto della procedura fallimentare.
Vagliando le carte avevano scoperto movimentazioni assai complesse con le quali delle società investivano nel gruppo, uscendo poi con un guadagno, salvo lasciare nella società originaria un maggior numero di debiti. Trovate le incongruenze, definite alquanto complesse dall’accusa in udienza, erano state trasmesse alla procura di Reggio, che ha proseguito il lavoro di verifica, giungendo poi all’iscrizione sul registro degli indagati di Walter e Giovanni Burani.
Con loro, però, erano stati inizialmente iscritti anche i componenti del collegio sindacale della società e gli allora rappresentanti legali di due banche, vale a dire Bpm e Bnl, considerati ingranaggi necessari per le operazioni finanziarie poi contestate. Posizioni, queste ultime, per le quali la stessa procura ha poi chiesto l’archiviazione, che è stata disposta sempre ieri dal gup Ramponi. Un’uscita di scena perché è stato provato – anche tramite alcune dichiarazioni rese in udienza – che non c’era dolo nelle loro azioni.
In pratica non si erano resi conto di quanto era in atto e del danno provocato da quelle operazioni, che hanno invece convinto il giudice reggiano a mandare a processo i due imputati.
La bancarotta fraudolenta seguita al crac avvenuto nel 2010 aveva già fatto chiudere l’attività della maison fondata da Mariella, moglie di Walter e madre di Giovanni, creatrice del marchio. Il dissesto è stato infatti di circa 481 milioni di euro. La prima udienza del nuovo processo è stata fissata a settembre del 2021 in tribunale a Reggio. —
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