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Dal traffico di opere d’arte alla mafia «Così si finanziava il terrorismo»

E.Spa.
Dal traffico di opere d’arte alla mafia «Così si finanziava il terrorismo»

La sentenza Cavallini e le nuove indagini accendono i riflettori su Bellini e i lati oscuri dell’antiquariato «Commercio funzionale a operazioni illecite». L’ex sodale: «Diceva d’avere parte in un colpo di Stato»

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REGGIO EMILIA. «La circostanza è assai significativa in quanto è notorio quanto il commercio di opere d’arte e di oggetti di antiquariato sia funzionale al riciclaggio del denaro sporco e quindi a transazioni e intermediazioni illecite e al finanziamento del terrorismo, grazie al fatto che si tratta di percorsi difficilmente tracciabili (allora lo erano ancor meno) e che le quotazioni dei singoli beni possono essere fortemente soggettive e quindi mutevoli nella catena degli scambi (per non dire arbitraria all’occorrenza)». A scrivere è Michele Leoni, presidente della Corte d’Assise di Bologna. E la frase si trova nelle motivazioni – depositate lo scorso 7 gennaio – della sentenza di condanna all’ergastolo in primo grado dell’ex Nar, Gilberto Cavallini, considerato il quarto uomo che ha partecipato all’attentato del 2 agosto 1980 in stazione. Il passaggio si trova in un capitolo dedicato alla Primula Nera reggiana ed ex Avanguardia Nazionale, Paolo Bellini, in attesa dell’esito della richiesta di rinvio a giudizio per concorso in strage avanzata dalla Procura generale nel processo mandanti. Bellini si è sempre proclamato estraneo all’attentato. E nell’udienza preliminare di lunedì – la quinta – il gup, Alberto Gamberini, deciderà sulla richiesta di una nuova perizia fotografica avanzata dalla difesa della Primula Nera (leggi articolo in alto, ndr).

Nelle motivazioni della sentenza Cavallini, il presidente della Corte parla dei legami fra terrorismo e traffico di opere d’arte in relazione a dichiarazioni rese da Bellini nel marzo 2018 sulla seconda trattativa Stato-mafia – basata sul recupero di quadri rubati nel 1992 alla Pinacoteca di Modena, fra i quali il “Francesco I” di Velasquez – ricordando che la Primula Nera «ha dichiarato che negli anni Ottanta si è dedicato a furti e traffici di opere d’arte, fatto confermato anche da altre testimonianze».

Sui lati oscuri del mondo dell’antiquariato si è intrattenuta anche la Procura Generale nella terza udienza preliminare del processo, quando sono stati ripercorsi il flusso di denaro per la strage, il crac dell’Ambrosiano e una serie di eventi ritenuti legati all’attentato, fra i quali il misterioso assassino di Sergio Vaccari, antiquario ritenuto legato al contesto dell’eversione nera dell’epoca, trovato accoltellato in casa a Londra nel settembre 1982, tre mesi dopo il ritrovamento del cadavere di Roberto Calvi, il 18 giugno 1982 sempre a Londra, impiccato sotto il ponte dei Frati Neri. Su Vaccari, il figlio di Calvi, Carlo, produsse qualche anno fa su richiesta della Procura di Roma una memoria relativa ad altri episodi di cronaca nella quale compare anche il nome di Agostino Vallorani, antiquario marchigiano con contatti londinesi, che conosceva la vittima e che è una vecchia conoscenza anche di Bellini, come ricordato nelle indagini per il processo mandanti. La Procura generale lo inserisce nel giro della cosiddetta “banda Baroncini”, scoperta grazie alle indagini della Procura di Reggio. È l’inizio degli anni ’80, periodo al quale risale anche l’arresto di Bellini – con l’alias brasiliano di Roberto Da Silva usato durante la latitanza – per furto di mobili antichi perpetrato, insieme a Giuseppe Fabbri il 14 e 15 febbraio 1981: un furto per il quale la Primula Nera fu poi condannato a 3 anni dalla Corte d’Appello di Firenze. Alla figura di Vallorani, sono dedicati anche passaggi dell’ultima memoria depositata dal Collegio di parte civile, in cui si mette in risalto il ruolo di Bellini nello scacchiere dell’eversione nera e si ipotizzano rapporti diretti – sempre negati dalla Primula Nera – con apparati deviati dello Stato. In particolare, in una deposizione del 2019 sulla trattativa Stato-Mafia, Vallorani ricorda di aver conosciuto Bellini-Da Silva: «Diceva di essere brasiliano, ma parlava reggiano», spiega, aggiungendo che «quando lui mi raccontò che lui faceva parte di un gruppo incaricato, in caso di colpo di Stato, di prelevare comunisti dalle loro abitazioni», non lo prese sul serio. Poi aggiunse: «Successivamente, però, quando fu assolto dall’omicidio Fabbri non pensai più che mi avesse raccontato balle. Era notoria l’amicizia di suo padre con il dottor Sisti, Procuratore della Repubblica di Bologna».

Sempre Vallorani, secondo la memoria delle parti civili, era a conoscenza della frequentazione avvenuta fra Bellini e l’ex terrorista nero Valerio Viccei, legato ai Nar, con cui era operativo. C’è tuttavia anche un altro elemento che incrocia la Primula Nera e l’antiquario marchigiano, che non nasconderà pubblicamente il fatto di avere avuto molti guai dalla sua conoscenza con Bellini. È Vallorani a mettere in contatto Bellini e il maresciallo Tempesta, in servizio presso il Nucleo Tutela del patrimonio culturale del Ministero dei Beni Culturali, dando avvio alla trattativa e all’infiltrazione di Bellini in Cosa Nostra per il recupero delle opere rubate a Modena. La trattativa – che proponeva il recupero dei quadri in cambio di arresti domiciliari o ospedalieri a cinque mafiosi – non andò in porto. E le opere rubate? Cinque tele di valore inestimabile, recuperate definitivamente dalla Criminalpol nel 1995, in un’operazione in cui dal furto fino al ritrovamento si adombrò lo zampino della Mala del Brenta e del boss Felice Maniero, “faccia d’angelo”, aprendo un nuovo capitolo sui misteriosi legami fra arte e criminalità. —

E.Spa.

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