Deposito abusivo, condannato Grande Aracri
Occupazione del terreno sotto la Cispadana: 16 mesi di carcere e 7mila euro alla Provincia. Assolti i figli Paolo e Rosita
Enrico Lorenzo Tidona
BRESCELLO. Quella specie di magazzino a cielo aperto non poteva stare lì, sotto il cavalcavia, perché quel suolo è dello Stato e non della famiglia Grande Aracri. Motivo per il quale ieri il giudice Silvia Semprini ha emesso la condanna a un anno e 4 mesi di reclusione e 500 euro di multa nei confronti di Francesco Grande Aracri. L’imprenditore 66enne, esponente dell’omonima famiglia di ’ndrangheta, presente ieri in collegamento dal carcere di Novara, ha rilasciato dichiarazioni spontanee in coda alle conclusioni espresse dal sostituto procuratore Maria Rita Pantani, che ha sostenuto l’accusa di invasione di terreni, reato per il quale aveva chiesto una condanna a 2 anni per Grande Aracri e per i figli Rosita (38 anni) e Paolo (30 anni), in quanto titolari delle ditte proprietarie di alcuni attrezzi, questi due andati però assolti perché il fatto non costituisce reato.
Il reato era stato rilevato nel lontano 2013 dai carabinieri durante il primo sequestro preventivo di beni al ramo brescellese della famiglia cutrese, finita nel mirino dell’Antimafia.
Per l’accusa, quindi, il capostipite avrebbe occupato senza autorizzazione l’area nei pressi del cavalcavia della strada Cispadana, in via Breda Vignazzi, alla periferia del paese, quartiere dove i Grande Aracri avevano creato il loro quartier generale. Lì avevano creato una sorta di deposito nel quale riponevano attrezzi e macchinari di ogni tipo e, per legittimare ulteriormente la loro occupazione, avevano recintato l’area con una rete.
«Primo: quel terreno, tranne attorno al pilone, è di nostra proprietà – ha ribadito perentorio ieri durante le dichiarazioni spontanee Francesco Grande Aracri –. Secondo: noi pagavamo la bonifica ogni anno. C’è solo un pezzo espropriato dall’Anas, che è attorno al pilone. L’area sottostante è tutta proprietà nostra. Noi non è che abbiamo chiuso: abbiamo fatto una chiusura esterna. E non era blindata. Abbiamo lasciato un cancello senza lucchetto. Poi ho chiuso perché sotto l’ufficio c’è la casa del custode, dove abitava mia figlia, e sotto il ponte di notte ci andavano le coppiette. E questo non mi stava bene. Quindi ho chiuso la terra che è mia proprietà». La terrà è stata però oggetto di esproprio anni fa, per lasciare posto alla grande strada. «Noi non abbiamo costruito – conclude l’imputato, in carcere in seguito all’arresto per l’inchiesta Grimilde –. Abbiamo evitato discariche abusive e le coppiette sotto il ponte: abbiamo fatto la cosa più regolare».
Alla Provincia di Reggio Emilia, titolare dell’area e parte offesa, costituitasi parte civile a processo con l’avvocato Alessandro Merlo, è andata invece un provvisionale di 7mila euro.
Seppure avendone chiesto l’assoluzione, la difesa – rappresentata dall’avvocato Carmine Migale in sostituzione di Andrea Marvasi – incassa l’assoluzione di due imputati su tre, ipotizzando un ricorso in appello. «E poi la proprietà, che ora in questo processo è già confiscata – aggiunge nel finale Grande Aracri –. Stiamo facendo una causa a una cosa che non è già più nostra». —
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